Oliver Goldsmith, IL VICARIO DI WAKEFIELD, Fazi editore e-book.

Il romanzo di questo scapestrato autore inglese di metà Settecento (il quale, prima di concentrarsi sulla scrittura, aveva scorrazzato per l’Europa, avventuriero e girovago) appassionava molto Goethe, e ispirò anche Manzoni che ne riprese, con maggior pathos, il tema del rapimento di una fanciulla innocente: qui Sofia, prima di Lucia Mondella. La (inverosimile) storia del vicario colpito da una lunga serie di sciagure piaceva anche a sir Walter Scott (nel cui Waverley – detto per inciso – ci sono caratteri ed episodi che si ritroveranno nel personaggio di Renzo Tramaglino), e per quanto la vicenda si possa considerare un succedersi di forzature, l’autoanalisi che il vicario compie a proposito delle sue ingenuità, debolezze e sciagure, illumina – nel secolo della Ragione – ogni causa e conseguenza delle più disparate avventure terrene.
Imprese buffonesche, truffe da fiera di paese, travestimenti, fughe, morti e rinascite finiscono in gloria e cementano, fino alla fine, anche la profonda fede nella sempre invocata Provvidenza. Un sottotesto-filo conduttore che si esprime nei commenti del protagonista nei quali, oltretutto, risuona la sottile ironia dell’autore.
220px-Oliver_GoldsmithTre livelli di lettura, quindi, rendono questo libro – non lunghissimo e di stile molto scorrevole – un titolo esemplare nel panorama del romanzo inglese.
La famiglia del vicario viene oppressa e perseguitata: una fanciulla violata, un data per morta, un figlio abbandonato dalla fidanzata, raggirato, spedito in guerra, gettato in prigione – dove il vicario era già finito – amici e nemici che sono sempre l’opposto di quello che sembrano, ricchi e nobili travestiti da poveri, finte infedeltà, finti matrimoni in realtà veri. Colpi di scena in tale quantità da dover essere condensati, nelle ultime pagine, in modo se si vuole poco credibile.
Con la sensibilità di oggi, spicca poi nel racconto l’esilarante passività della moglie del vicario, che sopporta i dolori provocati da questa sconclusionata famiglia limitandosi a qualche raro “ohimè”. Nelle poche occasioni in cui prende posizione, ha torto, viene smentita dai fatti, eppure il vicario, ovviamente, la tiene cara.
Poco conosciuto da noi (oggi come oggi è esaurita/fuori commercio l’edizione cartacea in italiano), Il vicario di Wakefield è forse uno snodo letterario in cui avventure e stile picareschi, qualche cosa di grottesco, donchisciottesco (d’altronde il contemporaneo Tobias Smollett aveva tradotto in inglese il capolavoro di Cervantes), sta per trasformarsi, si trasforma nella radiografia di una middle class antieroica. Ma che si merita comunque un grandioso lieto fine.

Genere: romanzo
Trama: **** Stile: ***
Refusi trovati: –

 

 

 

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Elias Canetti, PARTY SOTTO LE BOMBE – Gli anni inglesi, Adelphi, 250 pagine.

D1-canetti1Avrei voluto che i tre densi volumi dell’autobiografia di Canetti (tutti Adelphi) non finissero mai. Tanto avevo trovato affascinante la scrittura del premio Nobel bulgaro nel ripercorrere le sue esperienze e i suoi incontri nella feconda mitteleuropa, incrocio di lingue e culture, fra il 1905, anno della sua nascita, e il 1935.
Questo quarto volume, purtroppo postumo e incompleto, è frutto di una paziente ricucitura di frammenti e appunti (scritti fra il 1990 e il 1994, anno della sua morte), con cui l’autore voleva fissare sulla pagina gli anni dell’esilio in Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale. E sebbene il testo sia ricco, e l’inconfondibile scrittura sempre nitida e sorvegliata, a quest’ultimo capitolo manca la densità quasi da vertigine dei precedenti. Quindi la preziosa postfazione di Jeremy Adler aiuta a mettere sotto la lente le pagine più significative “dell’Inghilterra in campagna” – questa voleva raccontare Canetti – quando i londinesi fuggivano dalla capitale per sottrarsi ai bombardamenti.
Tuttavia, il “la” di questi ricordi è un virulento attacco al poeta T.S. Eliot, spiazzante al punto da costringere a ricercarne le ragioni più intime (e sono d’aiuto appunto le pagine di commento finali), e poi a meditare ogni riga di queste confessioni.
Ma nonostante tutto, nonostante la ricca galleria di personaggi descritti – vivido il ritratto di Bertrand Russell, e poi Fred Uhlman, Henry Moore, Oskar Kokoschka, Alma Mahler, Iris Murdoch -, la ricchezza dell’analisi sul carattere inglese (la lingua in cui lui, ebreo sefardita, aveva imparato a leggere), le critiche alla Thatcher, il racconto della vita a Hampstead Heath, col suo retroterra di ospiti illustri dal XVIII secolo in poi (Defoe, Coleridge, Keats, Wordsworth, Dickens, D.H. Lawrence, Katherine Mansfield, Agatha Christie, Daphne du Maurier), per chi si è lasciato incantare dai precedenti ricordi di questa esistenza è più forte il senso di aspettativa che resta insoddisfatto. Manca, qui, il meraviglioso “tutto tondo” con cui lo scrittore fondeva fatti privati e intimi, emozioni, affetti, memorie con il senso della storia, di eventi epocali, le migrazioni dei popoli, il mescolarsi delle lingue, usanze, riti, cibi, sensibilità.
Qui Canetti tralascia, come nota Adler, il suo vissuto di intellettuale (al quale fama e valore non erano ancora riconosciuti), profugo, esule in una comunità di altri esuli (anche questi non ricordati), che si ritrovano fuori di patria. Forse esperienza troppo dolorosa per rievocarla in tarda età …
Bisogna quindi accontentarsi – si fa per dire – di tanta bella prosa scritta d’impulso, e tale rimasta. Alcuni ritratti sono gustosi bozzetti, altri ricordi risultano commoventi: il maggiordomo di Lord Stewart, lo spazzino, i coniugi Millburn: pagine intense o caustiche; non si salva neppure Freud. Il capitoletto “Vizi e virtù dei party inglesi” (p. 67), godibile, inizia con le parole: “Sui party inglesi ci sarebbe da scrivere un libro”; ma è il libro che non c’è.

Genere: autobiografia
Voto: ****
Refusi trovati: –

 

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Lee Child, NIENTE DA PERDERE, Superpocket, 406 pagine.

Ci voleva un’estate piovosa per farmi avvicinare ai thriller in edizione tascabile di Lee Child, autore britannico (Coventry, 1954) divenuto celebre col romanzo d’esordio, Zona pericolosa, uscito nel 1997.
Con quel titolo nasce il rude protagonista di tutti i suoi best seller, Jack Reacher, ex militare che, nel suo errare per l’America profonda a caccia di pericolosi intrighi da risolvere, si conquista subito la simpatia del lettore. Un po’ cow boy del nuovo millennio, un po’ Robin Hood d’Oltreoceano, il nostro eroe si fa giustizia da sé, spesso anche in difesa di ogni individuo bisognoso, o piccola comunità, come dell’intero Pianeta.
Accade così anche in questa avventura che mescola la provinciale realtà di due piccoli centri del Colorado, Hope e Despair, con eventi lontani come il conflitto in Iraq, il recupero dell’uranio, gruppi pacifisti californiani, reduci di guerra, disertori e, ciliegina sulla trama, un predicatore fanatico che vuole indurre l’Armageddon.
C’è anche, descritta in modo asciutto, una liaison con una bella poliziotta, Vaughan, un po’ tormentata, ma per nobilissime ragioni.
Accusato di vagabondaggio in modo pretestuoso, Reacher – vagabondo per scelta – decide di scoprire che cosa ha da nascondere una cittadina sperduta nel nulla al servizio di un misterioso capitano d’industria. A poco a poco, tutto quanto sembrava impenetrabile e incrollabile si sgretola, e questo vale per edifici blindati come per diffidenze o fedi religiose e ideologie. 
C’è molto di avvincente in queste 400 pagine dallo stile chiaro e preciso, ricco di descrizioni minuziose: che si tratti di scazzottate o di tecniche di fuga, e pieno di dettagli che si incastrano fra loro perfettamente. Ecco, di questa avventura (e probabilmente vale per tutti i titoli di questo autore) mi ha colpito l’abbondanza del materiale che intreccia la trama, una sequela di enigmi piccoli e grandi che si succedono senza momenti di stanchezza, o lungaggini: non c’è una parola di troppo, non ci si stanca di proseguire. E alla fine tutto quadra alla perfezione. Forte.

Genere: thriller
Trama: ***  Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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John Cheever, CRONACHE DELLA FAMIGLIA WAPSHOT, Feltrinelli, 378 pagine.

Paragonato ad Anton Checov per i suoi stupendi racconti (Il Nuotatore, Una radio straordinaria), Cheever vinse nel 1958 il National Book Award con il suo primo romanzo; queste cronache familiari, volutamente sottotono fin dal titolo, definite in modo non pretenzioso, quasi sbrigativo, né saga, né epopea, né confronto di generazioni attraverso decenni o secoli; eppure considerato uno dei massimi romanzi americani del Novecento.
I Wapshot sono una piccola famiglia del Massachusetts: il capostipite Leander, lupo di mare, la moglie Sara, la cugina-zitella, Honora, i due figli Moses e Coverly, ognuno dei quali si fa strada nella vita, si sposa, conosce gioie e dolori come chiunque.
Da piccoli, il padre porta a pescare i due fratelli; ha problemi economici che lo rendono vittima della cugina, con la quale litiga; un bel giorno la sua barca fa naufragio, ma Sara decide di trasformarla nella S.S. Topaze, l’unico negozio galleggiante di articoli da regalo del New England. Intanto Moses e Coverly, in città diverse, trovano lavoro e si innamorano. Le relazioni non sono troppo pericolose, a parte le camminate sui tetti di Moses per raggiungere la camera di Melissa – finché fidanzati – di nascosto dalla severa Justine (madre adottiva della ragazza), che li fa dormire in stanze lontanissime della sterminata villa con parco: sontuosa quanto fatiscente, e infine giustamente distrutta da un incendio durante una festa. Fuoco liberatorio senza drammi, in cui nessuno si fa male e i due sposini –già superata una piccola crisi – si trasferiscono felici a New York.
Cheever ha uno stile più che cronachistico, quasi da trafiletto di giornale a pie’ di pagina. Ma in questo procedere veloce, stringato, gli riesce, fra l’altro, il miracolo di una continua elegia che ha per tema la natura: il mare, il cielo, le stelle, ogni volta poche frasi prima di riprendere il disincantato resoconto dei fatti.
Uno degli aspetti più commoventi di questo libro asciutto è proprio la naturale predisposizione dei personaggi a lasciarsi intenerire dai colori di un’alba, da qualche lembo sospeso di nebbia (“Il cuore iniziò a battergli forte quando sentì il rumore dell’acqua, simile alle voci confuse dei profeti, e quando vide la prima pozza.”).
Ulteriore pregio, la radiografia dei protagonisti, seguiti con osservazioni brevi e semplici nei loro comportamenti di gente comune, eppure analizzati a fondo. Così, azioni, paesaggi, dialoghi, analisi (molti i temi: poche pagine, infatti, bastano per mettere a fuoco, per esempio, scene e tormenti omosessuali) sono fusi e levigati in una perfetta, ammirevole scorrevolezza di stile. Come se – volendo fare un paragone banale ma forse utile – un capolavoro nascesse dal ricucire innumerevoli notizie flash, o dei tweet di 140 caratteri ciascuno, fino a trasformarli in Letteratura.
Comunque, la matrice didascalica, telegrafica, non viene tradita. Ne è espressione e custode il pater familias, Leander. Infatti il romanzo riporta di tanto in tanto suoi pensieri e lettere e, da ultimo, una sorta di testamento – fra ingenuità e fede, con i “Consigli ai miei figli”. “Mai mettere whisky nella borsa dell’acqua calda quando si attraversa il confine di uno stato o di un paese proibizionista. La gomma rovina il sapore. … Mai tenere un sigaro ad angolo retto con le dita. Roba da zotici. … Mai mettere una cravatta rossa. … Tagliarsi i capelli ogni settimana … Andate avanti sempre a testa alta. Ammirate il mondo. Godete dell’amore di una donna come si deve. Confidate nel Signore.”
La leggerezza di Cheever.

Genere: romanzo
Trama: **** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno.

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Mike Tyson, TRUE – La mia storia, Piemme, 635 pagine.

Fuori luogo il confronto che Antonio D’Orrico ha fatto tra l’autobiografia di Agassi e questa di Tyson. Le somiglianze si limitano al primo piano dei loro volti in copertina, e al titolo, brevissimo, lo stesso numero di lettere: Open per il tennista, True per il pugile.
D’Orrico, critico letterario del Corriere della Sera, non ha apprezzato il testo-confessione del campione dei pesi massimi, lo giudica una rilettura di sé forzatamente affidata a un’immagine di “maledetto per partito preso”. Bah! Io ricordo che il giornalista sportivo Gianni Clerici, autorità assoluta in fatto di tennis, sentiva puzza di agiografia per partito preso anche nelle parole di Agassi.
E qui mi vorrei liberare dal confronto fra i due, che non ha senso. Dichiarando di avere molto amato Open, felice per il suo destino di long-seller.
True è un libro che ho letto d’un fiato, catturata dal senso di claustrofobia che lo pervade. Tyson è prigioniero, fin dalla nascita, del mondo che lo circonda. L’elemento più doloroso che percorre la sua vita è la totale mancanza di consapevolezza delle sue azioni e del suo destino. Le cause sono due: l’ambiente corrotto e misero in cui è cresciuto, senza amore, e le sue dipendenze patologiche dalle droghe, dall’alcool, dal sesso che solo oggi, a quasi 50 anni, comincia a tenere sotto controllo. Né c’è consapevolezza delle conquiste positive, che pure ci sono state, col passare del tempo. La coppia Cus, il suo mentore-padre e Camille, le donne che gli hanno voluto bene davvero (non la madre, prostituta, violenta, anaffettiva), i bellissimi figli, i successi e i record nel pugilato, la montagna di denaro guadagnato. Sentendosi intimamente un reietto, delinquente fin dall’infanzia, Tyson si lascia arrestare, sconfiggere sul ring, derubare e truffare da manager senza scrupoli. In qualche modo, sente di non meritare nulla. Fallito e indebitato, dopo aver conosciuto il carcere, aver perso una figlia di soli quattro anni, e abbandonata la boxe, Tyson si reinventa attore e, guidato da Spike Lee, recita la sua vita a Broadway su testi elaborati dalla moglie Kiki. Da questo canovaccio è nato il libro.
Secondo me un lavoro molto interessante perché nella storia epica di un campione, celebre in tutto il mondo, si racconta anche un sottobosco di corruzione, promiscuità, miseria e morte che dai quartieri-ghetto di Brooklyn si trasferisce negli ambienti più ricchi, sfarzosi, esclusivi di tutto il Pianeta. Mondi impermeabili alla legge e alla legalità, centri di potere occulto. Uno spaccato che va ben oltre il mondo del pugilato.
Oggi Tyson, il mostro che ha staccato a morsi un orecchio al suo avversario, lavora per restituire allo Stato una montagna di tasse, e per mantenere la sua numerosa famiglia. Segue gli alcolisti anonimi, ha delle ricadute, tira avanti grazie a varie medicine e psicofarmaci. Ma finalmente appare consapevole di ciò che è e desidera, e dell’enorme fatica necessaria per tenere a bada i suoi demòni.
Del libro, fin dalle prime pagine ho apprezzato la traduzione; ma probabilmente anche l’originale inglese, attraverso il linguaggio scelto da Larry Sloman (autore di best-seller del New York Times), ha il giusto equilibrio fra lo slang di un certo sottobosco sociale e il reportage giornalistico. La vita di Tyson, come infine egli comprende anche grazie alla psicanalisi, è stata terribilmente ripetitiva: pugni, coca, donne. È certo anche merito di Sloman aver ben descritto, attraverso questa titanica vicenda umana estrema e unica, la fatica di vivere comprensibile a tutti.

Genere: biografia
Voto: ****
Refusi trovati: quattro

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Eleanor Catton, LA PROVA, Fandango, 380 pagine.

L’adolescenza, spavalderia e turbamenti, messi sotto la lente da uno sguardo adulto con una sensibilità unica.
Questo il senso del primo romanzo di una giovane scrittrice – nata (nel 1985) e vissuta fra Canada e Nuova Zelanda – pubblicato, subito notato e premiato nel 2008. Il bis proprio quest’anno, 2013, con l’assegnazione del Man Booker Prize al suo secondo romanzo, The Luminaries: 800 pagine stra-lodate dalla critica, ambientate nel 1886 in una città mineraria di cercatori d’oro della Nuova Zelanda, che sarà tradotto sempre da Fandango nella primavera 2014. È la più giovane autrice di sempre candidata a questo prestigioso riconoscimento.
La Prova, invece, è ambientato ai nostri giorni, in una scuola di musica dove una polifonia – è il caso di usare questo termine – di voci adulte, adolescenti, di sussurri e grida, ricostruisce una seduzione, o relazione, o violenza, fra un insegnante, Mr. Saladin e l’allieva minorenne Victoria. La sorella di lei Isolde, Bridget, e Julia ne parlano fra loro, ma soprattutto, durante la lezione di sassofono, con l’insegnante, una donna apparentemente autorevole e solidale.
E c’è di tutto nella vita e negli atteggiamenti di questo microcosmo malato o forse solo veritiero. Attrazioni fatali fra due fanciulle, fra l’insegnante e una collega, l’innamoramento di Stanley per Isolde, le riunioni dallo psicologo per sviscerare i fatti incresciosi, l’isteria delle madri, un padre inetto, e così via. La trama è poi esilissima: i protagonisti dicono e non dicono, ma succede un quarantotto nel momento in cui i ragazzi che fanno teatro decidono di mettere in scena proprio il fattaccio all’insaputa di tutti. L’esordio dei giovani, entusiasti attori sarà carico di rischi e foriero di disastri emotivi.
Ciò detto, il romanzo funziona grazie a una forma per molti versi straordinaria. Niente, ma proprio niente di compiaciuto o pruriginoso; solo un linguaggio schietto capace di dire l’adolescenza in modo autentico. Un tono sempre in bilico fra l’ironia dei ragazzi e la denuncia del manto di ipocrisia che appartiene al mondo adulto. Una grande sicurezza nel tagliare descrizioni, passaggi logici, dialoghi, lasciando sulla pagina un racconto spezzettato, nevrotico, a volte immaginifico, a volte realistico e spietato.
Ho un debole per la narrativa anglosassone, ma questo libro l’ho veramente ammirato. L’opinione dello scrittore Joshua Ferris, riportata in copertina, dice: “Un romanzo incredibilmente originale, uno sguardo al futuro del romanzo stesso”. Il futuro, ora sappiamo, è già il presente.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno 

 

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Robert Peroni, con Francesco Casolo, DOVE IL VENTO GRIDA PIU’ FORTE – La mia seconda vita con il popolo dei ghiacci, Sperling & Kupfer, 2013, 211 pagine+foto.

Libro densissimo, recensione che non sono riuscita a sintetizzare meglio. Una prima vita condotta da scalatore ed esploratore del team No Limits; la seconda iniziata 30 anni fa, all’età di 40 anni, come abitante della Groenlandia orientale, nel villaggio di Tasiilaq, fra gli inuit, quelli che molti ancora chiamano eschimesi.
Robert Peroni gestisce lì la Casa Rossa, luogo di ritrovo per i giovani del posto e caldo rifugio per i turisti. Ma questa attività è nata un po’ per caso, arrivata per ultima: per dare una speranza, un’occupazione, a un popolo schiacciato – come tanti – dalla cosiddetta civiltà, e che secondo l’autore è destinato a scomparire. All’inizio c’era stato il colpo di fulmine per gli abitanti del posto, per la mitezza del loro carattere, la capacità di sorridere, il senso di ospitalità. In poco più di 200 pagine, Peroni riesce a raccontare con sincerità disarmante le tappe salienti della sua vita, e la storia dei nativi dei ghiacci.
Parte dalla sua infanzia sugli alpeggi dell’Alto Adige, e dalle prime imprese di sci estremo, ricordando l’adrenalina che andava cercando senza saziarsi mai; fino all’arrivo, per l’ennesima esplorazione, in Groenlandia, e all’incontro, straniante, con gente silenziosa ma mai ostile o diffidente. Quindi la decisione, quasi inconsapevole, di rimanere laggiù, in cerca di una dimensione più autentica, pur avendo in Italia una moglie e una figlia, Elke, alla quale il libro è dedicato.
Rimane conquistato dalla loro dignità, nonostante la vita durissima. Rievoca episodi personali, in una sorta di confessione-testamento che fa molto pensare. Ricorda il giorno in cui accompagnò a pesca un amico del luogo che, imbattutosi in una foca, voleva catturarla. Ma Robertì, come lo chiamano gli inuit, provocò a bella posta uno scarto della barca, per pietà dell’animale. L’amico non disse nulla, sempre affettuoso e gioviale, e lo accolse come meglio poteva nel suo accampamento. Insieme con moglie e figli condivise con l’ospite lische di pesce già spolpate, e i bambini, emaciati, affamati, risero e scherzarono senza lamentarsi. Andati a dormire, Peroni capì che aveva privato di un cibo essenziale quella famiglia che viveva di stenti. Di nascosto, nel buio, confessa che trasse dalla tasca la barretta energetica che portava con sé e la mangiò in silenzio, pensando di non volerla dividere con nessuno.
La parte più drammatica del libro riguarda infatti il divieto di cacciare la foca imposto a livello internazionale a questo popolo. La Danimarca, cui appartiene quella remota provincia, sostiene quindi gli inuit con sussidi in denaro. Così, come per i nativi d’America, o gli aborigeni australiani, si cancellano intere etnie, le si priva della loro identità, portandole all’alcolismo e al suicidio.
Peroni ha evidentemente assimilato la rassegnazione della gente con cui ha scelto di vivere – nel luogo dove vuole finire la sua vita – e racconta in modo asciutto le conseguenze di queste decisioni calate dall’alto. Ma è netta la critica a Greenpeace che, a differenza del WWF, non ha mai fatto ammenda per aver sostenuto questo divieto. Tutti ricordano, anni fa, le terribili immagini dei cuccioli di foca uccisi a bastonate. Una campagna che confuse ambiguamente cacciatori seriali al servizio dei mercati “civili”, con un popolo che deve la sua sopravvivenza, identità e cultura alla foca. E che, con le sue piccole imbarcazioni, uccide solo ciò che serve per procurarsi l’unico cibo esistente in una natura ostile, per quanto meravigliosa, spettacolare. Scrive Peroni – una volta simpatizzante dell’organizzazione – che i dirigenti di Greenpeace “intuirono che la campagna per le foche funzionava: i teneri musi dei cuccioli erano perfetti per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere consensi. Gli inuit al contrario erano pochi e incapaci di spiegare le proprie ragioni. In una parola, erano trascurabili”. Insiste Peroni che la multinazionale Greenpeace dovrebbe chiedere scusa e riconoscere che sta contribuendo a far estinguere questo popolo. E ricorda l’arrivo nel mare di fronte al villaggio di un’enorme nave col simbolo arcobaleno, con giornalisti al seguito, scialuppe e un elicottero a bordo. Un giorno gli attivisti, messi in acqua due gommoni, circondarono minacciosi un pescatore che, sulla sua barchetta, cercava di avvistare una foca. Il ragazzo non ne capiva le ragioni e, tornato a riva, si recò da Peroni traumatizzato.
Sono invece belle e delicate, anche se avvolte di mistero, le parti che l’autore dedica allo sciamanesimo, alle manifestazioni della forza della natura, quando i nostri sensi, per il gelo o altro, alterano la realtà o ne percepiscono una diversa e forse vera, altrove inaccessibile. Tra gli inuit lo sciamanesimo convive con la religione cattolica, portata dai missionari e subìta con la consueta mitezza.
A causa forse dell’estrema sobrietà ereditata dagli amici inuit, il libro non fa menzione dell’offerta turistica alla Casa Rossa. Ma su internet i riferimenti si trovano facilmente. Il tour operator è www.islandtours.it, con sede a Malgrate, Lecco. Il fantastico viaggio Nella terra degli inuit parte da Reykjavik, capitale dell’Islanda, e conduce proprio nella guest-house di Robert Peroni. Ci sono varie formule, molte richieste, e bisogna prenotare con mesi di anticipo.

Genere: biografia, viaggio, avventura
Voto: ****
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Alessia Gallione, DOSSIER EXPO, Bur Rizzoli, 2012, 365 pagine.

Milano 2015. “Il più grande cantiere italiano” è stato, ancor prima di nascere, forse anche il più travagliato. Lo racconta benissimo questo saggio sintetico e chiaro, denso di cifre e date, firmato da una giornalista di Repubblica che ha seguito fin dall’inizio la vicenda della prossima Expo.
Quella che si svolgerà nel capoluogo lombardo, per quanto da molti considerata una manifestazione ormai stanca e vecchia nella sua stessa concezione, sarà un’iniziativa di notevole interesse: per il tema alimentare (“Nutrire il Pianeta, energia per la vita”) proposto nel Paese-icona della dieta mediterranea; e perché il Bel Paese è meta di turismo desiderata a tutte le latitudini. Non meravigliano quindi la recente impennata di adesioni all’evento da parte di nazioni, associazioni, organizzazioni internazionali, né il coinvolgimento di sponsor, aziende, e delle Regioni d’Italia. Tutte cose che fanno ben sperare, e che questo saggio, chiuso a metà del 2012 non poteva considerare.
La Gallione tratta invece con scrupolo i primi passi, più che incerti, di questo appuntamento. E sono documentati con cura le relazioni pericolose fra i protagonisti, l’un contro l’altro armati. In primis Letizia Moratti, sindaco di Milano, che nel 2006 lanciò la candidatura, e coloro che salirono alla ribalta dall’aprile 2008, momento dell’assegnazione. Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni, all’epoca presidente della Regione, l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, indifferente alla vittoria di Milano, e il codazzo di nomi noti quali Paolo Glisenti, Diana Bracco, Lucio Stanca, Bruno Ermolli, Giuseppe Sala. Oltre alla famiglia Cabassi, naturalmente, proprietaria dei terreni su cui si era sviluppato il progetto. La signora Moratti, anche detta Lady Expo, infatti, aveva sottoposto alla commissione esaminatrice (il Bie di Parigi) un evento pubblico contando sull’esproprio, o acquisto, o comodato d’uso di terreni privati su cui non c’era, fino a quel momento, alcun accordo. Un peccato originale, risolto in extremis (nell’aprile 2011, con tre anni di ritardo!) dopo un’infinità di conflitti, lotte di potere, sgambetti, trionfi e rese, leggendo i quali si resta letteralmente allibiti.
Il sogno di fondo, va detto, era un sogno di cementificazione: durante e dopo l’Expo. Contrastato dai sogni, ben più nobili, di Carlo Petrini (foto) e Stefano Boeri: cioè mister Slow food (che ha vinto a settembre il premio dell’Onu “Campione della Terra 2013”), e il noto architetto allora nella squadra Moratti, che progettarono l’Orto Planetario.
Dice la cronaca che, esasperati dalle risse, dall’increscioso spettacolo di politici, faccendieri e palazzinari, il 30 maggio 2011 la signora sindaco venne però abbandonata dai cittadini, che elessero a nuovo inquilino del Comune Giuliano Pisapia. E l’Expo, causa il ritardo ormai da brivido dei lavori, il patto di stabilità, la crisi mondiale, perse qualche zero di budget e, secondo alcuni, la sua anima: da campo coltivato del Mondo a esempio di smart City.
C’erano voluti 9 milioni di euro per battere Smirne, oltre 150 per acquistare Arexpo (i terreni che diventano così di proprietà di Regione, Comune, Fondazione Fiera, Provincia di Milano, Comune di Rho: maggioranza pubblica, per fortuna); ora non restava che puntare su un Expo “leggero”, e correre: seguendo una filosofia modificata, di una “produzione alimentare intelligente”, più allettante per i Paesi ospiti perché più tecnologica.
Sono storia più recente, però, anche le nuove battute d’arresto per sventare le infiltrazioni mafiose nei cantieri, bonificare i terreni; e il continuo ridimensionamento delle infrastrutture (strade, metropolitane, vie d’acqua) che non si potranno completare per il maggio 2015: un incubo. Tuttavia, il clima intorno all’Expo sta cambiando, e alla fine, per quanto possa sembrare semplicistico, è proprio il sostegno e la condivisione dei cittadini a fare la differenza.
Il saggio si chiude con la speranza che le promesse fatte loro saranno mantenute; ma oggi vediamo che “un evento in tono minore”, di certo ridimensionato – e che quelle promesse non può mantenere – non vuol dire assolutamente povertà di idee, soluzioni arrangiate e tantomeno un fallimento. Cosa che nessun italiano, a questo punto, può augurarsi.

Genere: saggio
Voto: ****
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Andrew Miller, OSSIGENO, Bompiani, 2002, 293 pagine.

Voglio premettere che in genere non mi convincono fino in fondo i romanzi in cui i vari fili della trama, o i protagonisti, entrano in scena uno alla volta, un capitolo ciascuno, fino alla conclusione, più o meno corale. Per questa impostazione mi ha deluso, per esempio, un romanzo ambizioso e con molti pregi – a cominciare dal titolo – cioè Troppo umana speranza, di Alessandro Mari, Feltrinelli. E anche l’Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, Fazi, peraltro vincitore dei premi Pulitzer e Bancarella.
Ma Ossigeno, costruito allo stesso modo, devo dire che mi è sembrato un romanzo del tutto riuscito. Perché la scrittura è ipnotica e la trama non ti molla; perché alcuni passaggi sono memorabili; perché alcune chiusure di capitolo, in cui uno dei protagonisti cede il passo al successivo, sono fulminanti. Infine, perché i tre personaggi maschili, tutti in profonda crisi, si avviano alla resa dei conti finale accomunati da un bisogno di riscatto, di un gesto esemplare o in qualche modo eroico, che annulla ogni distanza o differenza fra loro.
Giunta alle ultime pagine, ho dimenticato il troppo labile legame fra Lázlo, tormentato drammaturgo ungherese, e Alec, il traduttore di un suo lavoro teatrale in inglese, che neppure si conoscono. Invece, Alec e Larry sono fratelli, e si ritroveranno al capezzale della madre Alice, apparentemente riavvicinati dalla prossima perdita.
Altro pregio del libro, il fatto che si avverte una attenta documentazione su quanto viene raccontato, senza che questo dia fastidio, naturalmente. Dai risvolti di una malattia incurabile allo squallore di certi ambienti (non posso anticipare …), al passato politico in Ungheria, all’Inghilterra anni Cinquanta.
D’altronde Andrew Miller, nato a Bristol nel 1960, già pluripremiato per i precedenti libri, ama ambientare le sue storie in epoche passate (vedi Casanova innamorato, Bompiani, 2000); e Ossigeno, pubblicato in Inghilterra nel 2001, in questo senso è un’eccezione.
L’ho letto per prendere confidenza con questo autore, che ha appena dato alle stampe Pure, osannato dalla critica d’Oltremanica e già premiato, e ambientato al tempo della Rivoluzione francese.

Genere: romanzo
Trama: **** Stile: ****
Refusi trovati: 4
Pubblicato in Romanzo | Commenti disabilitati su Andrew Miller, OSSIGENO, Bompiani, 2002, 293 pagine.

Betty Smith, UN ALBERO CRESCE A BROOKLYN, Neri Pozza, 575 pagine.

Ai primi del Novecento, nel quartiere di New York che guarda Manhattan, una ragazzina di nome Francie Nolan, famiglia irlandese di poveri immigrati, sogna il suo futuro e, mentre lo sogna, lo costruisce con intelligenza, sensibilità e tenacia.
Il testo di Betty Smith, celebre negli Usa (lettura obbligatoria nelle scuole), molto meno da noi, è un romanzo di formazione di rara delicatezza e coerenza di stile. Pubblicato nel 1943, può ricordare – e comunque anticipa per argomento – il best seller di Frank Mc Court Le ceneri di Angela, Adelphi; ma il suo specifico valore sta nella “voce”, letteraria e autentica, della protagonista e nella sua capacità di analisi.
Ho dato una scorsa ai commenti dei lettori lasciati nel sito Ibs, nella pagina su questo titolo. Molte lettrici lo ricordano come il libro fondamentale della loro adolescenza e i giudizi sono quasi tutti concordi nell’assegnare il massimo dei voti.
Viene evidenziata la complessa figura del padre, musicista, alcolista, eppure riferimento fondamentale nella vita di Francie. Per la quale è ben diverso il rapporto con la madre Katie, donna necessariamente più dura e di poche parole, costretta a una vita di fatiche per mandare avanti la famiglia. Molti altri caratteri rendono vivo il romanzo, a cominciare dal fratellino Neeley, con cui la protagonista ha un legame fortissimo. E spicca poi l’originale zia Sissy.
Ma il motivo conduttore sono le difficoltà economiche (e la conseguente emarginazione sociale), ed è davvero ammirevole la capacità di rendere avvincenti pagine e pagine in cui non si parla d’altro che degli spiccioli per comprare da mangiare, per vestirsi, andare a scuola, pagare le lezioni di pianoforte e, addirittura, risparmiare e riempire il salvadanaio. Alla nascita, Francie riceve un dono curioso e fondamentale: il dovere di ascoltare la mamma che, ogni sera, le legge una pagina della Bibbia e una di Shakespeare. Più grande, lo farà da sola.
L’albero che cresce a Brooklyn, l’Albero del Cielo, è una pianta le cui radici sfidano il cemento e nutrono la chioma che sale diritta, nonostante tutto. Di là dall’East River, oltre il ponte, il mondo del lavoro, che Francie affronterà giovanissima. È la terra incognita che, anni dopo, verrà percorsa e dissacrata dal Giovane Holden.

Genere: narrativa
Trama: ***  Stile: ****
Refusi trovati: –

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