Olinka Vištica, Dražen Grubišić, Il Museo delle Relazioni interrotte, Mondadori, 224 pagine.

Chiudere una relazione e aprire un museo di ricordi. Niente di più ovvio per la ex coppia di creativi croati che nel 2005, più o meno, hanno dato vita a questa iniziativa molto particolare ma non priva di senso, che fisicamente sta a Zagabria.
Ha fatto seguito questo libro, tanto per diffondere, urbi et orbi, pene d’amor perdute e gli oggetti che le rappresentano, con cui si spera di consegnare alla “cosa”, e di conseguenza al museo stesso, un bagaglio di sentimenti vari: delusione, rancore, mancanza, perdita, rabbia, o nostalgia, rimpianto, gratitudine, amore… per la sola ragione di liberarsene, e proseguire il proprio cammino nella vita. Così è avvenuto grazie a contributi da tutto il mondo.
Ecco quindi l’imbracatura per paracadute dalla Finlandia, perché i due innamorati condividevano la passione per i lanci, ma infine lui è sciaguratamente perito in un incidente proprio col paracadute.
Segue un asciugacapelli, segno della fine di una relazione di nove anni e mezzo, in Germania. Per uno sgarbo reiterato, che forse andava considerato un segnale di disinteresse un po’ di tempo prima.
C’è Colours, lp di Donovan spezzato per rabbia, per essere stata “lasciata per un’altra” dopo 23 anni, in Belgio. C’è un libro, dal Messico, con una poesia in un liguaggio segreto scritta da un ragazzino per lei. Una sorta di Romeo e Giulietta, separati dalle famiglie, poi ritrovatisi grazie a Facebook, ancora innamorati, ma “non è servito a niente. Era fidanzato e stava per sposarsi”.
Gli oggetti qui fotografati e commentati sono 203, accompagnati da brevi storie anonime che ne accennano il significato.
In ognuna viene spontaneo immedesimarsi, ma alcuni oggetti hanno un senso tanto forte (ormai, nel cosiddetto immaginario collettivo) che io mi sono chiesta come sia stato possibile liberarsene.
Con un po’ di cinismo, in tono semiserio, ho pensato che – qualunque brutto ricordo porti con sé – non ci si libera di uno splendido paio di vecchie scarpe da basket, Nike tipo Jordan, che oggi si fanno restaurare per cifre astronomiche e vanno a ruba come preziose reliquie!
E neppure di un vecchio orologio da taschino, proveniente da una gioielleria sulla Broadway di St. Louis, così old America. E, ok, il vecchio cellulare Nokia è legato al ricordo di un tipo forse insensibile, ma – damine! – è talmente bello, vintage, colorato. C’è anche una vecchia bici da corsa, meravigliosa, e mi sembra incredibile volersene disfare.
Dire addio a un sentimento si può cosiderare una missione compiuta davvero quando il regalo ricevuto, il pegno d’amore si dissocia da colui/colei ai quali è stato legato.
Insomma, non credo affatto che liberarsi di un oggetto, gesto sul momento certamente catartico, possa concedere un sollievo definitivo.
E infatti per tutto il libro mi sono chiesta se qualcuno dei mittenti si fosse pentito della sua decisione.
La risposta l’ho avuta, in modo emblematico ed eclatante, proprio nell’ultima pagina del libro, dove è fotografato il candido particolare di un abito da sposa, e la didascalia recita: “Posso riprendermelo se decido di sposarmi un’altra volta?”.
Fine.

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Illustrato. Contrassegna il permalink.