Patti Smith, JUST KIDS, Feltrinelli, 328 pagine

Ho sempre tenuto da parte l’appunto in cui avevo annotato – nel 2010, quando uscì – di voler leggere questo libro (e nel frattempo è uscito anche M Train), l’autobiografia di Patti Smith, il suo arrivo giovanissima a New York, da Chicago, l’incontro fortuito e benedetto con Robert Mapplethorpe, la Manhattan speranzosa degli anni ’60-’70, il Chelsea Hotel, l’infinito numero di celebrità che si incontravano in quell’albergo o, casualmente, davanti a un caffè, in un loft disadorno, in qualche libreria.
Scritto per mantenere la promessa di ricordarlo, fatta all’amico fotografo morto di Aids il 9 marzo 1989, questa intensa biografia scaturisce dalla penna di una cantautrice che voleva essere, ed è, sopratuttto una poetessa, un’artista a tutto tondo.
Con l’amico Robert c’è un’intensa comunione spirituale, una incredibile tensione verso la possibilità di farsi conoscere come artisti puri, prima ancora del grande amore – puro anch’esso – che li unì, e sopravvisse alla separazione sentimentale, quando Mapplethorpe scoprì – lui, di rigida famiglia cattolica e credente a sua volta – la sua omosessualità.
Lo stile è coinvolgente, molto lineare, e tiene sotto controllo il magmatico fluire delle loro vicissitudini e quello di una città che tutto trascina in un gorgo confuso e vitale.
Per quanto nota per il suo fisico mascolino (Allen Ginsberg una volta la scambiò per un “ragazzo carino”), Patti Smith rivela qui un animo estremamente sensibile e femminile. Rimasta incinta giovanissima, dà la bimba in adozione, prima di lasciare la sua casa e gettarsi nell’avventura newyorkese, dove all’inizio dorme per strada, patisce la fame, e col nuovo amico Robert  – solo due ragazzi – vive a lungo di lavoretti.
La maggior parte del tempo, Patti e Robert la dedicano ai loro interessi: la lettura, soprattutto la poesia di Rimbaud per lei, la creazione di collanine, composizioni grafiche varie per Robert. Il futuro, grande fotografo, inizia inserendo nei suoi collage fotografie ritagliate dalle riviste – spesso rubate – mentre Patti gli suggerisce di cominciare a fare lui le foto.
Le pagine più toccanti per me – più di quelle dei favolosi incontri con Janis Joplin, Jimi Hendrix, Gregory Corso, Bob Dylan – sono quelle in cui lei racconta le giornate più normali: la colazione in qualche piccolo locale economico, il lavoro in una libreria, i pomeriggi trascorsi a disegnare, scrivere il suo diario o i suoi versi, i dischi che insieme ascoltano infinite volte, la scelta di una camicia, o una cravatta, una giacca, da scovare in un mercatino dell’usato, e poi abbinare e indossare per uscire. Ci sono poi le passeggiate notturne, e i viaggi in metropolitana (la linea F) fino a Coney Island, sul lungomare di legno, dove i pescatori della classe povera usano come esca pezzi di pollo.
Sono stata anch’io con la F a Coney Island, e rivivo tutto il fascino – incomprensibile quanto autentico – di questo viaggio, poiché considero New York una città segretamente romantica.
Il libro racconta di una fiducia incrollabile in se stessi, un affetto puro e solidale per l’altro, una esemplare tenacia, e di un successo arrivato molto lentamente, dopo quella che si potrebbe chiamare una lunga gavetta.
E c’è la malattia e la fine di Robert, l’anima gemella di Patti Smith, il suo migliore amico, e l’autore di alcune immagini davvero bellissime (qui riportate) della cantante. L’uomo con cui è sposata, Fred, guardando un ritratto fattole da Mapplethorpe, un giorno le dirà: “Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui”. Non è certo la morte che li ha potuti separare, come questo intimo racconto, pubblicato a vent’anni dalla scomparsa di Mapplethorpe dimostra.

Genere: racconto autobiografico
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: tre

 

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