Roberto Casati, LA LEZIONE DEL FREDDO, Einaudi, 170 pagine

Amo il freddo e amo i paesi freddi. Mi sono spinta fino a Capo Nord e ho visitato l’Islanda; ma ricordo con piacere anche l’istruttiva permanenza invernale a Berlino, con serate a -13 e la Spree che lentamente ghiacciava al tramonto sotto i miei occhi.
In varie occasioni ho imparato che con il freddo non si può scherzare, e che bisogna rispettare certe regole. Prima fra tutte, che oltre certe (basse) temperature non si può attendere di “sentire” freddo prima di coprirsi.
C’è poi il fatto che ho nostalgia del freddo, inteso come fenomeno naturale rassicurante che a ogni inverno si ripresenta. Non è più così: nel suo complesso il globo si surriscalda, anche se le intemperie e le nevicate furibonde non mancano.
Nevica; ma la straziante tristemente celebre foto dell’orso bianco morente tra i rifiuti, in cerca di cibo, non ci lascia illusioni.
Dunque, non potevo non leggere questo libro.
Roberto Casati, filosofo e docente universitario, si occupa di scienze cognitive, ma ha anche navigato l’Atlantico in barca a vela; e qui racconta del suo lungo soggiorno nel New Hampshire, con moglie, figli e cagnolino, in una casa nel bosco, durante tutta la fredda e nevosissima stagione invernale e oltre.
Ho molto apprezzato quel che scrive, pur avendo provato un costante, sottile sentimento di invidia.
Trovo bellissima la lezione spirituale, filosofica che l’autore trae dal suo freddo soggiorno ma, con atteggiamento più ordinario, soprattutto ho desiderato trovarmi in una vecchia casa di legno profumato, con le finestre sigillate da pesantissime cortine antispifferi. Pronta però a esplorare l’esterno: per fare la conoscenza col versatile Mr. Cold, sotto forma di lago ghiacciato, impronte di animali sulla neve, rami curvati da cumuli di fiocchi, disegni di cristalli geometrici e perfetti, da fotografare, ingrandire, catalogare, finestrini dell’automobile sigillati da una lastra simile all’alabastro, e l’agguato di una calzatura slacciata. “A un certo punto sento per esempio che ho una scarpa quasi slacciata, porca miseria. Mi fermo, studio con calma la situazione. Preparo il piede su un masso, rifletto sulla sequenza, all’ultimo momento sfilo i guanti ed eseguo. Ci avrò messo sí e no dieci secondi, dopo i primi cinque le mani cominciano a pulsare …”.
In caso di mani molto intirizzite, bisogna far mulinare le braccia: la forza centrifuga spinge il sangue alle estremità; meglio che sfregarle o soffiarci sopra.
Scrive l’autore che gli uomini delle missioni polari per sopravvivere devono ingerire cinquemila calorie al giorno. Un’impresa. Per questo nelle basi lavorano chef abilissimi e strapagati che propongono manicaretti tipo tacchino farcito alla salsa di broccoli e uvette, salmone in gelatina, fusilli al pesto di rucola e mandorle, tiramisu al caffè brasiliano.
… Una cucina che apprezzerei …
“Usando uno dei miei nuovi pomeriggi di libertà ho costruito un igloo davanti al garage. … A sera mi sono chiuso dentro, ho acceso una candela, ho fatto sigillare l’apertura, e dopo qualche minuto claustrofobico ho chiesto di riaprirla. Nessuna risposta. Forse le ragazze si erano allontanate? Ho gridato. Sempre più forte. Mi sono spaventato e ho sfondato il muro con un calcio. Erano tutte davanti all’igloo, ma non avevano sentito i miei richiami: la neve è un potentissimo isolante acustico. Lezione importante: inutile sprecare fiato se resti intrappolato in una valanga. Sorprendentemente la luce della candela trapelava all’esterno creando un fioco effetto di lanterna cinese: fotoni battono onde elastiche.”
Io per il freddo sono attrezzata: ho giaccone e scarponi tarati per -30 gradi centigradi. Devo solo decidere dove fare un viaggetto in un luogo con neve certa. Anni fa, col mio abbigliamento -30, in Lapponia la neve non arrivò, solo pioggia e fanghiglia invece dell’immacolato tappeto che sembra sacrilego calpestare.
Nel New Hampshire col disgelo arriva il fango: è la mud season. Riaffiora ogni rifiuto gettato.
“La neve ha certo ricoperto tutto, ma tutto ha conservato, time capsule dal breve respiro e dall’alito cattivo. E pian piano, subdola, tutto restituisce… : quello che si era depositato tra una nevicata e l’altra adesso si ritrova in un unico putrido setaccio.”
Per un’infrazione (fari dimenticati spenti) l’autore viene fermato da un poliziotto della stradale. Invece della multa gli viene consegnato un fogliettino (nel libro c’è la foto, insieme ad altre): “Questo dipartimento crede che i buoni cittadini si atterranno al codice stradale quando venga loro ricordato il contenuto delle regole del traffico e la necessità di rispettarle”. Solenne come la Dichiarazione d’Indipendenza. Ma anche dovuto – secondo me – al fatto che il freddo micidiale (cioè che può uccidere) fa ridimensionare ogni cosa, anche la legge.
Sarebbe importante ripiantare gli alberi, quelli che diventano ciocchi da bruciare per scaldarsi.
“Se andate a Heidelberg, all’arrivo a monte della funicolare, trovate una trave di dieci metri, con un quarto di metro quadro di sezione che porta la scritta: La foresta di Heidelberg fa crescere questa quantità di legna in quindici minuti.”
La conclusione del volume è triste. Il freddo finirà. Esisterà come privilegio di pochi, che creeranno neve e ghiaccio con sistemi di refrigerazione divoratori di petrolio. Le gare di sci si faranno indoor a Dubai.
Davvero una tragedia. Perché il freddo è uno stato mentale di cui la mente ha bisogno.

Genere: saggio
Refusi trovati: nessuno

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