Herman Melville, BENITO CERENO, Feltrinelli, 119 pagine

Solo una semplice segnalazione – non serve altro – per questo capolavoro dell’autore di Moby Dick, splendidamente presentato da Roberto Mussapi, poeta e saggista, che l’ha anche tradotto (la precedente versione in italiano era di Cesare Pavese).
È un libro imperdibile, storia di mare con venature noir, e una sublime capacità di governare il carattere ambiguo di ogni personaggio, la cui doppiezza mi ha fatto pensare a Stevenson.
Anche il capitano Amasa Delano – che nel 1799 getta l’ancora nel porto di un’isoletta desertica sulla costa sud del Cile – con i suoi timori che continuamente sfociano in sollievo, risulta, fino alla fine, un personaggio inafferrabile. Meno, certo, del fragile e allucinato Benito Cereno, capitano di un vascello in balia della bonaccia, e spesso preda di febbri, mancamenti, tremori forse equivoci. La nave – San Dominik – in uno stato di abbandono desolante, solo alla fine si rivela il candido sudario di una vittima illustre. Candido, e popolato di neri, uomini di fatica e anche donne e bambini.
Il Calibano della situazione (Mussapi sottolinea come Melville viva “sotto il demone di Shakespeare”) è un servizievole valletto nero di nome Babo, dall’indecifrabile atteggiamento nei confronti del suo capitano.
Prima che si giunga all’esplicita verità, il tetro procedere della storia è a tratti illuminato da momenti di fuggevole sollievo: una bava di vento, l’arrivo della scialuppa coi marinai di Delano, le provviste.
In balia di una natura matrigna nella sua immobilità, ai personaggi viene lasciato, sadicamente, un certo margine di manovra, o libertà di scelta. Possono scegliere se essere amici, se fidarsi, se uccidersi, o lasciarsi morire.
L’autore è grandioso nel segnalarci – ma solo e semplicemente raccontando – che in ogni momento un minimo gesto può precipitare i protagonisti nella tragedia, o salvarli.
Sul finale non vanno forniti indizi per quanto, una volta arrivati (d’un fiato) alla conclusione, tutto diventa logico, ovvio, e pacificante.
La scrittura di Melville è solida quanto ricca di incredibili sfumature, si fa thriller e subito dopo poesia. Pur non avendo letto la traduzione di Cesare Pavese, devo dire che sono entusiasta del lavoro di Mussapi, del suo impegno profondo.

Genere: racconto sublime
Trama: **** Stile: *****
Refusi trovati: nessuno

 

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