Tomaso Montanari, PRIVATI DEL PATRIMONIO, Einaudi, 168 pagine

Divenuto volto televisivo popolare o quasi, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – paladino del NO in molte trasmissioni e dibattiti -, da un numero, forse minore, di spettatori Tomaso Montanari è stato molto apprezzato nei mesi passati per le serie da lui curate e presentate, trasmesse su Rai5, dedicate una a Caravaggio, una a Bernini.

 

 

 

 

 

 

 

Il professore – una cattedra di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, la presidenza di Libertà e Giustizia – è un divulgatore instancabile e appassionato, anche sulle pagine di Repubblica, sia di temi politici a cominciare dalla difesa della Costituzione, sia del destino che tocca al nostro sterminato patrimonio culturale.
Privati del patrimonio, del 2015, sembra l’amarissimo prosieguo di Le Pietre e il Popolo-Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, uscito nel 2013 per minimum fax. Forse perchè nel biennio che separa i due testi la condizione dei beni artistici secondo l’autore non è certo migliorata, il titolo più recente è un’impietosa denuncia con prove circostanziate a raffica.
Montanari è personaggio di rara schiettezza, è colui che ha sollevato lo scandalo della biblioteca napoletana dei Girolamini, saccheggiata dei suoi preziosissimi volumi da parte del direttore Marino Massimo De Caro, intimo di Marcello Dell’Utri (leggere da pag. 46 il testo del 2013), scrive con tono da polemista colto, al vetriolo quanto elegante (vedi, sempre nel testo edito da minimum fax, le pagine dedicate alla sconcertante ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo, a Firenze, voluta da Matteo Renzi, allora sindaco).
Privati del patrimonio si scaglia invece soprattutto contro la privatizzazione, la mercificazione dei beni artistici italiani, spesso subdola, e spacciata per mecenatismo. Esempi: una gipsoteca del Canova come set fotografico per calze e reggiseni di Intimissimi; la festa della Ferrari che privatizza Ponte Vecchio; il ritorno che Diego Della Valle ottiene per il restauro del Colosseo, talmente esagerato che lo stesso patron di Tod’s non se ne avvarrà fino in fondo.
Come l’autore sottolinea, l’invadenza dei privati è permessa da una precisa linea politica seguace della “religione del mercato”. Una linea che in Italia, con sommo provincialismo, ha ribaltato le logiche vigenti anche in paesi molto più “mercantili” del nostro: “mentre negli Stati Uniti si brucia denaro per creare cultura, … l’idea italiana è quella di bruciare cultura per creare denaro”.
Così il j’accuse del professor Montanari smaschera i nuovi mecenati che sono nuovi padroni, quindi espropriandoci tutti di ciò che è pubblico, nostro. Ma questa invadenza è possibile perché lo Stato arretra: l’encomiabile attività del Fai o di Italia Nostra, per esempio, rende eclatante l’irrimediabile assenza delle istituzioni. E il tradimento dell’articolo 9 della nostra Costituzione.
Prima che il lettore soccomba disperato, Montanari tra tanto spreco e scempio (basta far viaggiare il nostro patrimonio; portiamo invece i visitatori dove queste bellezze artistiche si trovano!) propone qualche buon suggerimento. Vuole un Telethon per il patrimonio culturale, il crowdfunding, musei statali gratis, e veri benefattori. È un fatto di libertà, di giustizia e di uguaglianza che ci riguarda tutti, ad uno ad uno. “Una società” conclude Montanari “in cui si riducano gli spazi pubblici dove tutti siamo uguali … è una società condannata a divenire meno libera, più ingiusta, ancora più insanabilmente diseguale”.

Genere: saggio
Refusi trovati: nessuno

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