Albert Cossery, I FANNULLONI NELLA VALLE FERTILE, Einaudi, 185 pagine

UnknownConsiderati la sua vita e il pregio letterario delle opere, entrambi eccentrici e originali, mi pare finora troppo poco noto – in Italia – questo scrittore egiziano (il Cairo 1913-Parigi 2008), per fortuna presentato con una bellissima introduzione a tutto tondo nelle prime pagine di questo singolare, accattivante testo (il suo secondo titolo, del 1948, e il primo scritto a Parigi). E, in questo caso, vale davvero la pena di concentrarsi sull’ottima presentazione di Giuseppe A. Samonà prima di dedicarsi all’indolente ritmo del breve, elegante romanzo.
Cossery, egiziano di nascita, si trasferì a Parigi nel 1945; visse in hotel fino alla morte; scrisse racconti e sette brevi romanzi: tutti in francese, ma tutti ambientati in Egitto.
La sua poetica è unica, e discende direttamente dalla sua filosofia di vita: vita libera dal lavoro, vita da dandy o flâneur, che sorseggia una bevanda osservando il passeggio altrui seduto al tavolino di un bistrot, vestito con cura impeccabile, prima o dopo l’immancabile siesta pomeridiana.
Cossery_Albert_Scoperto da Henry Miller, Cossery scandiva le sue giornate in piccoli locali popolari o ai Jardins du Luxembourg dove contemplava e studiava la più varia umanità, seducente con le donne, e le molte amanti, amichevole con la cerchia di intellettuali che frequentava, Albert Camus, Lawrence Durrell, Raymond Queneau, Alberto Giacometti, Juliette Greco. Ma questo ambiente francese non trapela mai nei suoi scritti.
I fannulloni, per esempio, sono possidenti delle campagne egiziane intorno al Cairo, strenui militanti dell’ozio totale: accuditi da qualche donna o servetta, trascorrono le giornate a letto, in un perenne stato soporifero praticato con tenace scrupolo. E a cui tutto è sacrificato: anche l’amore, il matrimonio, la salute. Dunque è sovversivo, scandaloso, il desiderio di Serag, il figlio più giovane, di voler conoscere il lavoro; ed è abilissimo, anche dal punto di vista della scrittura, il modo in cui il padre Hafez, e i fratelli Rafik e Galal (quest’ultimo che dorme da 7 anni: cifra biblica), provano a dissuaderlo, a sabotare le sue intenzioni, pur senza far nulla, senza tradire il dio sonno, il dio ozio.
Eppure non si può dire che non ci sia azione in questa storia: affarucci con uno “scugnizzo”, Antar, che vuol guidare in città Serag; maneggi della mezzana Haga Zora, a scopo matrimonio del vecchio Hafez; il ricordo della passione di Rafik per Imtissal, prostituta da lui sempre amata; e molto altro in effetti. Tutto però è vanificato, inconcludente, annullato di fronte a quel “far niente come valore supremo” che avviluppa anche il lettore e lo seduce. Sullo sfondo di un Egitto profumato e notturno che commuove.
Naturalmente il dettato “nichilista” di Cossery si amplia. C’è un risvolto di classe: Rafik, che ha lavorato in fabbrica, dice al fratello che “quando un uomo ti parla di progresso, sappi che vuole asservirti”. E l’introduzione di Samonà aiuta a ritrovare in Cossery i temi di Thoreau, Samuel Johnson, Stevenson, fino al sublime “preferirei di no”, “preferirei non” dello scrivano Bartleby di Melville, e oltre ancora.
Ma senza andare troppo lontano, è già tutta qui, in queste pagine semplici e indimenticabili, la ricerca più profonda di un’assoluta, individuale libertà.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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