Paul Beatty, LO SCHIAVISTA, Fazi Editore, 370 pagine

Scorretto, scorrettissimo, ma tanto ricco, originale e meravigliosamente scritto da meritare il Man Booker Prize 2016, con cui l’autore è diventato “il primo americano nella storia a vincere il più importante riconoscimento letterario per la narrativa inglese”.
Paul-BeattyBonbon, cresciuto a Dickens, sobborgo nero di Los Angeles, vittima di un padre-scienziato che lo usa come cavia per improbabili esperimenti sulla razza, dopo la morte del genitore (ucciso dalla polizia in una sparatoria) si ritrova solo, povero, emarginato, e sempre più ferito nell’orgoglio a mano a mano che il ghetto in cui vive viene “sbiancato” da una inarrestabile gentrification.
Questa serie di eventi traumatici – uniti al rapporto di pseudo-amicizia con lo sballato Hominy (uno degli interpreti della serie di culto Simpatiche canaglie): nero e portatore di un umiliante, radicale complesso d’inferiorità nei confronti dei bianchi (ma anche di Bonbon stesso) – spinge il protagonista a tentare il riscatto della comunità black nel suo villaggio, sposando i veri valori identitari della gente di colore – secondo una logica rigorosa e al tempo stesso farneticante – cioè reintroducendo la schiavitù, la segregazione razziale.
Questa trama, già di per sè spiazzante e folle, si sviluppa in ulteriori rivoli altrettanto sconcertanti.
C’è un rapporto d’amore con una certa Marpessa, sconclusionato anch’esso, anche se non privo di tocchi romantici, e l’impegno a rendere produttiva la fattoria di famiglia, tra coltivazioni di angurie quadrate, dopo aver preso una laurea breve in Agraria. “Anche se è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”
Il romanzo procede al ritmo libero di un flusso di coscienza … nero, tra riferimenti a Rosa Parks e alla faccenda dei posti in autobus (ma “Hominy Jenkins non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus a un bianco”), e l’ambizioso progetto politico della risegregazione. Che lo porterà di fronte alla Corte Suprema.
La scrittura è brillante, densa, trascinante; concetti, divagazioni, ammiccamenti culturali si rincorrono senza tregua.
“E in dieci anni, nel corso di innumerevoli crudeltà e insulti inflitti dalla California ai neri, ai poveri, alle gente di colore, come l’ottavo emendamento e la proposta di legge 187, la scomparsa delle Stato sociale, Crash di David Cronenberg e la boria pietista di Dave Eggers, non avevo pronunciato una sola parola.”
Nonostante la battuta, lo stile di Beatty mi ha invece in qualche modo ricordato, fin dalle prime pagine, il Dave Eggers dell’Opera struggente di un formidabile genio.
Ma, a parte la mia piccola soggettiva sensazione, questo autore ha una personalità stilistica unica e di primissima qualità, acutamente intrisa di ironia e sarcasmo.
Spinti da nobilissime intenzioni, poiché “gli ospedali non hanno più l’arcobaleno delle strisce direzionali”, Bonbon e Hominy ridipingono quelle del pronto soccorso del Killer King, e per l’autore è fondamentale spiegare che “anche se contiene una sfumatura d’azzurro fiordaliso, il Pantone 426 C è un colore strano, misterioso. L’ho scelto perché può sembrare nero o marrone a seconda della luce, dell’altezza dell’osservatore e del suo umore”.
Beatty, alla fine, sembra dire che ai bianchi non è dato capire proprio tutto tutto di questa mirabile lettura.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

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