Harper Lee, VA’ METTI UNA SENTINELLA, Feltrinelli, 270 pagine

Come Salinger, e il suo celebre Giovane Holden, anche Harper Lee va considerata autrice “da un solo romanzo”, quel Buio oltre la siepe che nel 1960 le valse il premio Pulitzer dopo l’immediato, clamoroso successo e, nel 2007, la Medaglia presidenziale della libertà, per un libro che “verrà letto e studiato per sempre”, come conclude la motivazione.
L’uscita recente, a ben 60 anni circa dalla stesura, di questo sequel, è stata accompagnata da discussioni sull’opportunità (e l’opportunismo?) di una simile scelta.
HarperLeeCoverQui la scapestrata bambina Scout, ormai giovane donna, torna a casa – nella contea di Maycombe, in Alabama – da New York, dove lavora, per una vacanza accanto all’adorato padre, l’avvocato Atticus Finch, ormai anziano e sofferente. Ritrova Henry Hank, il suo pretendente storico, la zia Alexandra e lo zio Jack, oltre alla fedele Calpurnia. Invece l’adorato fratello, il compagno di giochi, è morto da tempo.
Il racconto trascorre dai ricordi del passato – e sono per me le pagine più felici – a un presente che chiede alla protagonista di compiere scelte mature. Sposarsi? Lavorare? Allontanarsi per sempre dall’arretrato sud razzista? Restare?
La decisione diventa ardua se, mitizzata da sempre la figura del padre come paladino dei diritti dei neri, Scout/Jean Louise scopre che, in piena rivendicazione civile da parte della gente di colore, Atticus e anche Henry dialogano con personaggi reazionari e frequentano addirittura membri del Ku Klux Klan.
Per la protagonista è un mondo che crolla e porta a uno scontro verbale assai acceso con il padre prima e poi con lo zio. Quest’ultimo le spiega, tra l’altro, che serve una sentinella a sorvegliare le scelte di ognuno, e questa sentinella può essere solo la propria coscienza.
Non si svela la conclusione e la scelta della ribelle Scout, ma bisogna dire che le pagine finali, in cui si alternano le ragioni della figlia, ancora un’idealista, e del padre, realista e concreto, non sono le più riuscite del romanzo.
Lo sforzo dialettico dell’autrice affinchè siano chiare le motivazioni di un giovane cuore generoso e quelle, opposte, degli uomini adulti che lei ama, è encomiabile ma rivela un po’ di affanno. Ben più fluide, nostalgiche, ironiche, brillanti sono le pagine dei ricordi, dove la Lee è sempre sicura, come nel suo capolavoro.
Non va dimenticato il momento in cui il libro è stato scritto: gli anni Cinquanta, quando certo non si poteva immaginare – esempio ovvio – un nero alla Casa Bianca. Proprio questo però rende il libro imperfetto: perché a giustificare un’analisi (sociale, interrazziale, di costume) un po’ datata non c’è neppure una cifra stilistica alta.
Tuttavia, prima di incagliarsi nello scontro verbale delle ultime pagine, vero punto dolente del testo, la facilità della prosa per quasi tutto il libro è ancora ammirevole. Incantevoli le prime pagine, in cui ci si rituffa, via treno, nel profondo Sud d’America, e quelle in cui i ricordi riaffiorano con grazia e sbiadiscono con malinconia.

Genere: romanzo
Trama: ** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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