Israel J. Singer, LA FUGA DI BENJAMIN LERNER, Bollati Boringhieri, 246 pagine.

UnknownIndubbiamente non è possibile dare un giudizio equilibrato su questo autore finché non si legge quello che viene considerato il suo libro migliore, I fratelli Ashkenazi (io non l’ho ancora letto). Ma in questo blog di letture ho già parlato di altri lavori dei due fratelli Singer, Israel J., il maggiore, e Isaac B. il minore e vincitore del Nobel per la letteratura.
La storia di Benjamin Lerner – ebreo polacco di Varsavia, travolto dai venti della Storia negli anni della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’ottobre – purtroppo è, secondo me, una vera occasione persa.
Il protagonista di questa tragicomica vicenda è un giovanotto tenace quanto impulsivo, irascibile. Disertore dell’esercito imperiale russo, accolto in un primo tempo da uno zio, la cui figlia, Gitta, si innamora di lui, Benjamin ricambia questi sentimenti, ma il padre di lei è contrario al matrimonio della giovane con un simile spiantato. Benjamin se ne va, incontra un amico scultore che lo ospita per un po’; poi finisce in un campo di lavoro, dove tenta, con altri diseredati, una rivolta. Questa fallisce, e Benjamin, in fuga, conosce un ricco ebreo visionario che vuole fondare una comune in Russia, dove ha delle proprietà. Qui per il giovane, riunitosi a Gitta, inizialmente le cose sembrano funzionare, poi un’altra capriola del destino lo conduce in prigione, da cui evade con un compagno. In balia degli eventi che lo sovrastano, si ritrova a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno (San Pietroburgo, 1917), del tutto inconsapevole di quel che gli accade.
Pur con questo materiale, straordinario e tragico, su un ebreo errante a simbolo di un popolo perseguitato e sconvolto, Singer secondo me non riesce a dare intensità e slancio alle sue pagine. Per cercare un’efficacia che colpisca il lettore, deve addentrarsi in descrizioni minuziose riguardo alle condizioni di vita di uomini, donne e bambini, colpiti da fame, miseria, malattie, e persecuzioni. Le piaghe infette da vermi che brulicano, i pagliericci attraversati da parassiti e topi, le immangiabili razioni di cibo nel campo di lavoro, gli stracci luridi che a stento ricoprono le nudità, fino alla descrizione della donna priva di gambe che si muove ondeggiando sui glutei, fino alle fasciature che ricoprono i suoi moncherini, ai moncherini stessi, alle piaghe e la cancrena che li mangiano. Fino al fatto che questa donna rimane incinta …
Non è che si resti increduli davanti a questi episodi. Non si dirà mai abbastanza degli orrori nella mitteleuropa antisemita della prima metà del Novecento dominata da un genocidio in fondo inenarrabile.
Ma la letteratura non è storia e tantomeno cronaca. Chiede altro, una forma di trasfigurazione dei personaggi, delle emozioni, degli avvenimenti che – questa la sua massima difficoltà – deriva, paradossalmente, da un estremo pudore. Questo è proprio il punto di partenza e di arrivo. Non si può “esibire” tutto in questo modo. Bisogna sapere che l’intimità di ogni essere umano è sacra, e ogni legittima descrizione di tale intimità è un tradimento. A volte giustificato, a volte necessario, ma un tradimento. Ecco, qui, per mancanza di perizia stilistica e capacità letteraria manca – a monte – il senso del tradimento dell’intimità, della dimensione privata.
Per cui questo libro appare alla mia sensibilità come una cronistoria (per carità, interessante), non letteratura.

Genere: romanzo (più o meno)
Trama: *** Stile: **
Refusi trovati: tre

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