Antonio Moresco, GLI ESORDI, Mondadori, 673 pagine.

Giudizi: “Ora che l’ho letto per intero, posso dire che Gli esordi è davvero un capolavoro. È un libro che racchiude il secolo da tutti i punti di vista (…) costituisce una specie di epica dell’individuo.” Tiziano Scarpa, 13 giugno 1997.
“A lettura purtroppo terminata non resta che dichiarare esplicitamente, come se si trattasse di una scelta di campo, il completo innamoramento per questo libro.” Dario Voltolini, 13 febbraio 1999.
“Una radicalità quasi kierkegaardiana, un’energia conoscitiva a cui non siamo più abituati, un sentimento discostante e devastato del mondo, il documento di un’ostinata insubordinazione spirituale.” Massimo Onofri, Diario, 2000.
“Il massimo scrittore europeo.” Giuseppe Genna, I Miserabili, 2003.
“Un autore così drammaticamente sincero, così insofferente della miseria intellettuale di oggi.” Angelo Guglielmi, l’Unità, 2005.

L'edizione Feltrinelli, 1998

L’edizione Feltrinelli, 1998.

Edizioni: Gli esordi ha avuto due edizioni. La prima, di Feltrinelli, nel 1998: la seconda, ampliata, di Mondadori, nel 2011: quella che ho letto e qui commento. Tutti i pareri riportati sopra, che stanno, con altri, alla fine del volume, fanno riferimento dunque all’edizione del ’98, a cominciare dal commento di Tiziano Scarpa. Come si vede dalla data, quest’ultimo è antecedente anche alla prima pubblicazione, ed è infatti tratto dalla scheda di lettura da lui compilata per Feltrinelli, casa editrice di cui era redattore, per la quale lesse il manoscritto, di 830 cartelle. Concludeva quindi: “Non esito a dire che Gli esordi è un caposaldo della nostra letteratura di questa seconda metà del secolo. Risolve una miriade di nodi estetici (…). È un libro che rimarrà, un caso letterario, l’opera di una vita.”
Introduzione: Ho riportato questi pareri, e un minimo di cronologia (alla fine del volume è Moresco stesso a parlarne) per spiegare con che cosa ci misuriamo. Ora, dopo aver letto e riletto quei giudizi, devo anch’io motivare la mia grande ammirazione per Moresco, sperando di essere utile a chi deve decidere se leggerlo o no.
Stile: Moresco adotta uno stile di scrittura molto semplice, frasi brevi, zero subordinate, punteggiatura scolastica, corretta. Mi ha in principio sorpresa la sua stesura diligente. Pochissimi aggettivi di abbellimento anche se, quando capita, se ne ammira la grazia: “… mi pareva di udire nel grandioso silenzio un fragore di stelle maciullate … Le vedevo più nitide, sbalzanti”. Oppure: “Oltre i vetri della cabina la città era tutta tagliata, eppure le auto correvano lo stesso sui suoi spicchi”.
Ancora più rare le riflessioni – diciamo – metafisiche: “Può Dio venire attraversato dai suoni?”.
A parte queste divagazioni, lessicali o concettuali che dir si voglia, il protagonista compie un percorso apparentemente lineare, e riferisce quanto gli accade esattamente come, in sogno, si osservano eventi assurdi, o normali, senza, o con il massimo, stupore (in verità, lo stato d’animo di chi racconta è quasi sempre stupefatto).
Altro dato importante, la quasi totale assenza di dialoghi nella prima parte; qualche scambio di battute nella seconda, un maggiore equilibrio fra discorso diretto e descrizioni nella terza. Ma lo stile è fedele a se stesso dalla prima riga all’ultima, al di là di queste variazioni. Moresco non concede nulla a una accattivante vivacità formale. Si tratta quindi di una narrazione se non faticosa di certo scarna e anche monotona.
Nella quarta di copertina dell’edizione Mondadori si presenta la prosa di Moresco come “ipnotica, irradiante e intensa”, un giudizio che si può pienamente sottoscrivere pur senza rinnegare una valutazione più fredda, che ne evidenzi onestamente anche il carattere impegnativo. Il libro trascina in un gorgo di immagini che fanno perdere l’orientamento, senza punti di riferimento per decine e decine di pagine. Tiziano Scarpa stesso, nel suo commento al dattiloscritto dice: “Trovo che sia stato salutare l’averlo scorciato in qualche punto” così evitando che la fluviale creatività dell’autore corra “il pericolo di divagare per l’universo mondo accogliendo spunti secondari, smagandosi, depistandosi”. Ma, fra questo giudizio e l’edizione qui presentata non so che interventi/ ampliamenti ci siano stati.
Contenuto: Come scrisse ancora Scarpa proponendone la pubblicazione, e mettendo le mani avanti, “pur essendo condotto con un linguaggio semplice, ultravisivo, non è un libro che attirerà le folle”, non conquisterà un vasto pubblico per la totale assenza di una trama, del plot. Se questo si aggiunge allo stile controllato e se, personaggio dopo personaggio, nessuno esprime sentimenti, emozioni, umanità, se tutto è scientemente privato di “energia narrativa”, diventa difficile spiegare come un testo tanto lungo, che definirei totalmente anaffettivo, possa essere convintamente considerato un capolavoro.

L'edizione Mondadori, ampliata, 2011.

L’edizione Mondadori, ampliata, 2011.

Trama: La Scena del silenzio, il primo capitolo, si svolge in un seminario, dove il protagonista si sta preparando a prendere i voti. Segue con obbedienza il rituale quotidiano della comunità, ma ha anche fatto voto del silenzio, di cui nessuno sembra accorgersi. Quindi è testimone e riferisce di un flusso di eventi grandi e piccoli, che non vengono mai spiegati nelle loro premesse e conseguenze, ma solo registrati (i seminaristi che vanno sugli schettini nel fondo di una piscina). Qui compaiono già alcuni personaggi centrali per la trilogia: la Pesca, fanciulla/prostituta/oggetto d’amore, e il Gatto, il maggiore dei prefetti/figura di potere/confidente.
Il protagonista esce dal seminario per tornare in un borgo, Ducale, per un matrimonio e per la sua circoncisione. Anche qui si svolgono una serie di fatti (la donna che lava i tre figli, fra cui la Pesca, con un potente getto d’acqua, all’aperto; o l’aliante che prende il volo con un topo a bordo) che il protagonista osserva a volte – come già accennato – “con grande stupore”, l’unico moto dell’animo descritto in queste pagine, per il resto emotivamente mute. Il protagonista torna in seminario e rompe il silenzio per pronunciare il suo “sì” ai voti (pp.9-254).
Scena della storia, il secondo capitolo. Senza alcun nesso con quello precedente – proprio come in un sogno – vede il protagonista diventato attivista politico di base. Va di paese in paese a tenere comizi – di cui ovviamente Moresco non riferisce una sola parola – con una banda di comprimari che a mano a mano si uniscono a lui (il Cieco, Sonnolenza, l’Operaio dalla faccia bianca: tutti i personaggi di Moresco sono – come dire – border line anche nei nomi), viaggiando su una “macchinina gialla”, dove stanno sempre più stretti, in compagnia anche del cane del Cieco, e condizionati nella guida e nei movimenti dall’avere intorno al collo una cornice, che non potrebbe essere trasportata in altro modo. Poi questi personaggi scompaiono, e il protagonista si ritrova in un vecchio edificio/sede del partito, infestato da topi e strani rumori. Alcune figure escono allo scoperto, altre riappaiono. Un militante in punto di morte racconta di quando doveva imbalsamare il corpo di Lenin … Infine il protagonista pronuncia il secondo “sì” a una militanza ancora più radicale, diventando un “guerriero”.
Si tratta di un capitolo stupendo, in cui Moresco maciulla con metodo infallibile qualunque possibile riferimento o simbologia politico-ideologica, oltre a ogni “sentimento”. Tutto sta sospeso, raggelato, materiale onirico immerso in un brodo primordiale di azoto liquido (pp. 256-534).
Scena della Festa, e secondo salto logico e narrativo. Il protagonista è uno scrittore in cerca di un editore e, con sua grandissima emozione (con stupore!), a un certo punto lo trova. Ma eccoci precipitati, insieme con lui, in un incubo, raccontato con grande ironia, poiché questo editore (il Gatto, sotto una nuova veste) è comunque irraggiungibile, gli appuntamenti, continuamente aggiornati, saltano, nonostante la segretaria ribadisca all’autore lo sconfinato interesse della casa editrice per il suo sublime, sconvolgente, immortale capolavoro.
Il capitolo è esilarate … direi in maniera scientifica, e si articola infine spesso nel discorso diretto, a dimostrazione della infinita perizia di Moresco, sebbene questa non sia mai esibita.
Ho trovato tecnicamente pregevole la nonchalance con cui è descritto il momento in cui finalmente l’incontro fra i due avviene. L’editore è esaltato, e si inizia l’iter per la pubblicazione, la quale è però continuamente insidiata da piccoli contrattempi e disguidi.
Il capitolo dice molto di più. Ambientato in una Milano notturna, trasfigurata, riconoscibile per la presenza di numerose fotomodelle, lascia intuire una periferia di palazzoni e case senza privacy, dove si aggirano donne nude e gravide, dove, nei parcheggi, alcuni esseri vivono in auto, e riappare la macchinina gialla. Una entità-metropoli su cui passa la cometa di Halley e dove lo scrittore è invitato a una festa alla quale partecipano autori e personaggi letterari, da Leopardi allo scrivano Bartleby, e anche la Pesca.
Infine, meglio non anticipare quale destino l’editore suggerisca al (malcapitato) protagonista per la sua opera, in un grottesco, asciutto finale (pp. 537-647).
Ultima osservazione: Antonio Moresco ha lavorato a questo romanzo per un arco di tempo estenuante, cesellando ogni sillaba. Ma tutte le lodi che questo libro merita varrebbero di meno se tanto controllo, quest’opera maniacale di levigatura non fosse smentita da quello che io chiamo il suo meraviglioso scivolone. Da fine pag. 510 a inizio pag. 512 il protagonista ha a che fare con un esserino neonato, l’aurora di una forma umana di vita pulsante tenera fragile indifesa. In questa pagina, che mi ha molto commossa – anche rileggendola – l’autore, o meglio l’uomo Antonio Moresco, non sopporta la lucida, fredda distanza stilistica dalla sua creazione letteraria, e sceglie parole splendide e piene d’amore, cambiando completamente registro. La pagina vibra, carica di emozione, di sentimento, di affetto, perché quell’esserino al primo vagito è, nella mente di Moresco, consapevolmente o meno, certamente sua figlia. Il gelo siderale voluto dalla scrittore per queste oltre 600 pagine viene travolto dall’amore di padre. Dunque quella pagina non era possibile toglierla, e per fortuna. Struggente com’è, oltre che lezione di stile inarrivabile, vale tutto il libro.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

Questa voce è stata pubblicata in Romanzo e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.