Michel Houellebecq, SOTTOMISSIONE, Bompiani, 252 pagine.

UnknownCome si sa, questo brillante romanzo, ben costruito, ben scritto, uscito poco prima dell’attentato, ha visto moltiplicata la sua fama dall’incredibile coincidenza con la strage al giornale satirico parigino Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, a opera di terroristi islamici (e, nei due giorni seguenti, con l’assassinio di una donna poliziotto, e di clienti ebrei in un Hiper Kasher).
La trama infatti ipotizza che in Francia vada al governo – per via elettorale democratica – il partito della Fratellanza musulmana, vincente per l’ottusa e sfinente litigiosità dei concorrenti laici occidentali, di destra, di centro e sinistra.
Pur tralasciando un gran numero di implicazioni – politiche, economiche, sociali, religiose e culturali – che una compiuta ipotesi del genere comporterebbe (e chissà per quanto ancora potremo usare questo condizionale), lo sviluppo della storia è credibile, narrativamente parlando; e tuttavia nel racconto il succo della faccenda – come è già stato scritto – si riduce al fatto che l’universo maschile si adatta senza traumi al nuovo andazzo, a questa radicale sottomissione, perché viene legittimata la poligamia: in media, una moglie più materna, una per gestire casa e cucina, e una giovane pollastrella per il sesso. Di conseguenza, il libro lascia ironicamente in sospeso due quesiti fondamentali: se agli uomini questa allettante prospettiva di accudimento a tutto tondo basterebbe per rinunciare in modo remissivo alla libertà di pensiero e di coscienza e, soprattutto, che ne pensano le donne di questa – doppia – sottomissione.

images Prima e dopo l’attentato, prima e dopo questo libro, si sono moltiplicate le pubblicazioni che si interrogano sulla “stanchezza” delle società occidentali (come “primo passo verso la sconfitta”, ha scritto Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 3 maggio 2015), sulla fatica di vivere ma, più precisamente, la fatica di scegliere e di difendere attimo per attimo la libertà, personale e collettiva. (Battista commentava le proteste di circa 150 scrittori perché il Pen Club ha assegnato a Charlie Hebdo il premio alla libertà d’espressione).
I grandi ideali (in primis quelli della Rivoluzione francese) sembrano dimenticati o dati per scontati, e la costruzione dell’Europa, nata con Grandi speranze (la maiuscola come omaggio a Dickens), oggi sembra il trionfo di egoismi e chiusure, ciò che porterà a un esito di sottomissione come quello del visionario Houellebecq.
Tuttavia, dopo la manifestazione di Parigi (domenica 11 gennaio: oltre tre milioni di persone al netto di alcuni discutibili capi di Stato) gli anticorpi profondi del mondo di valori che ci nutrono sembrano ancora vivi.
Chi siamo? Perché sentiamo come sentiamo? C’è in noi un dna morale, laico, di sensibilità, comune? Comune a chi? E dove ha origine?

hbportraitCercando di spiegare la freschezza d’analisi di un signore classe 1930 quando esamina l’Amleto, non sottovaluterei i 1492 anni di differenza fra Europa e Nuovo Mondo. Forse non poteva che essere un professore di New York uno dei massimi critici di Shakespeare (Harold Bloom, Shakespeare – L’invenzione dell’uomo, Bur Rizzoli, 578 pagine). Per lo studioso, il Bardo ci ha inventati. Nella sua opera “i personaggi si sviluppano anziché rivelarsi, e lo fanno perché concepiscono nuovamente se stessi”.
Il cigno dell’Avon ci ha dunque plasmati, per quello che ancora oggi siamo nell’essenza.
Dio, secondo Bloom, è in realtà, nelle varie culture, un personaggio letterario: lo Yahweh della Genesi …; il Gesù del Vangelo secondo Marco; e l’Allah del Corano. “… Ma Amleto è l’unico rivale laico di questi grandi precursori della personalità.” Con lui, con i suoi dubbi, ci ha dato una coscienza: viene da lui quella che oggi è nostra, e spiega perché sentiamo come sentiamo.
Bloom non ha dubbi. La nascita della moderna percezione di sé, grazie ad Amleto, per opera del suo autore, non ha anticipazioni né ridefinizioni in nessuno dei grandi scrittori “che sono alla sua altezza (Omero, lo scrittore yahwista, Dante, Chaucer, Cervantes, Tolstoj e forse Dickens)”. Perché S. non “imitò la vita, bensì la creò”. E cercò “di accrescerci, non come cittadini o cristiani ma come coscienze”. Amleto è il personaggio universale, “il più grande fra gli spiriti, che pensando si fa strada verso la verità, a causa della quale muore”.
Anche se Bloom, in questo fiume di esaltanti considerazioni di cui ho dato solo brevi cenni, evita il rischio di “bardolatria”, io invece lo corro senza timori. In questa sorta di venerazione laica, che mi appartiene da moltissimo tempo, e per fortuna condivisa ampiamente, io non ci vedo nulla di dogmatico, nessuna sottomissione ad alcunché.
hamletSolo un continuo farsi, in ogni momento, delle domande; le cui rassicuranti, o faticose risposte sono soltanto nuovi dubbi e nuove domande.

 

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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