Bernard Malamud, L’UOMO DI KIEV, Minimum Fax, 405 pagine.

UnknownDi uno dei miei scrittori preferiti ancora non avevo letto il testo più importante e duro, la storia vera di un giovane ebreo accusato ingiustamente dell’assassinio di un bambino russo: Kiev, 1911.
The fixer (titolo originale del romanzo) è il tuttofare, l’uomo che aggiusta le cose, questo il mestiere di Yakov Bok, classico antieroe, perdente – caro a Malamud – disprezzato e abbandonato dalla moglie perché senza ambizione e sterile, ignorato dal suocero, povero e solo. In cerca di fortuna parte per Kiev, col suo sacchetto di attrezzi e un ronzino malandato e, affrontando un mondo misero e in crisi, che sfoga la sua rabbiosa infelicità anche nell’antisemitismo, tace la sua identità di ebreo.
Abile nel suo lavoro e generoso, dapprima ha fortuna: salva un piccolo industriale caduto per strada che gli offre un impiego, e lo ospita. In casa di costui la figlia Zina, claudicante, si innamora di Yakov, ma questi ritiene più prudente non impegnarsi. La scena dell’approccio, nella camera della ragazza, è l’unico passo di questo romanzo in cui Malamud fa sfoggio del suo celebre, meraviglioso stile ironico e tagliente. Perché di lì a poco tutto precipita, proprio a causa dell’onesto lavoro di Bok. I dipendenti della fabbrica di mattoni che amministra cominciano a odiarlo perché denuncia i loro furti. L’assassinio di un bimbo che era stato visto giocare e far danni nei dintorni, e che era stato sgridato dal tuttofare, è l’occasione per accusarlo e farlo arrestare. Quindi le autorità scoprono che è ebreo, e questa sua menzogna ne genera altre di ogni tipo: tutte contro di lui, in una incredibile vertigine di falsità.
Ecco che il resto della trama è lo straordinario resoconto letterario di un processo di purificazione spirituale e intellettuale, mentre un corpo è abbrutito, umiliato e vilipeso. Accanto a questo percorso intimo e profondo, c’è quello per ottenere un processo – davanti a un tribunale – che non arriva mai, mentre da parte delle autorità è pressante la richiesta di denunciare (inesistenti) mandanti ebrei in cambio della libertà.
A metà del libro c’è un colpo di scena costruito con grandissimo effetto a proposito del “salvatore potenziale”, dopo il quale per Yakov riprende inesorabile una discesa agli inferi che sembra non avere mai fine.
malamud_uomodikiev_tn_150_173Non so perché, fra gli infiniti risvolti di questa storia emblematica mi sembra tacitamente sottolineato dall’autore anche il tema del lavoro negato. Yakov, the fixer, colui che aggiusta tutto, chiede di poter fare piccole riparazioni nella sua gelida, schifosa cella, ma tutto gli viene proibito. Un’eco forse di attualità in questo capolavoro (premio Pulitzer e National Book Award) pubblicato a New York nel 1966.

Genere: romanzo
Trama: **** Stile: ****
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