Morrissey, AUTOBIOGRAPHY, Penguin Classics, 460 pagine.

autobiography_artwork_01Morrissey torna con un nuovo album di canzoni, Morrissey provoca con una t-shirt che recita “siate gentili con gli animali o vi ucciderò”, Morrissey rivela di essere malato di cancro, ma di voler portare a termine un romanzo e fare i concerti già programmati. A quello di Roma, il 13 ottobre 2014 al Club Atlantico, un cartello vietava di introdurre spuntini o hamburger di carne o pesce. Radicale.
Tutte le provocazioni proposte dall’artista, classe 1959, nel giro dell’ultimo anno o poco più, appaiono mirate ed efficaci. Efficace, come minimo, è anche la sua ampia autobiografia pubblicata, fra polemiche, nella più illustre collana (Classics) dell’illustrissima casa editrice britannica Penguin, nel 2013.
Eppure devo dire che da un cantante rock contemporaneo non ci si aspetterebbe una scrittura tanto buona, un vocabolario tanto ricco e, appunto, classico, e un controllo della pagina e del ritmo al punto da consentirgli un flusso di coscienza non interrotto da capitoli né da titoli, in un testo assai corposo.
Più che riassumere, preferisco associare le sue pagine più belle ad atmosfere e racconti di altri grandi autori inglesi. Tutta la parte iniziale, per esempio, dalla sua nascita agli anni dell’infanzia e la vita familiare, in un quartiere povero di Manchester, riecheggia i Dubliners di James Joyce, per il modo di comunicare quel senso di intimità e calore che circonda i piccoli, anche nel freddo e nelle privazioni. Quando ha otto anni, il padre lo porta allo stadio a vedere una partita in cui gioca George Best. Per l’emozione, il brusio dei tifosi, la folla, il sole, Morrissey sviene, il padre lo prende in braccio e si fa largo tra la folla per portarlo fuori, e il figlio si sente mortificato per avergli fatto perdere il resto dell’incontro.
Il racconto degli anni della scuola, tra insegnanti maneschi, povere creature spaventate, mal vestite, gracili e affamate, in una città buia, dalle case fatiscenti, non può non ricordare Dickens. Il senso di cupa, claustrofobica disperazione, le domande sul suo destino, il bisogno di evadere cominciano a insinuarsi nella mente della futura rock star.
È lunga e dettagliata la descrizione dei programmi tv e della musica che ascoltava da bambino – programmi che non si conoscono in Italia, oppure sì, come Top of the Pops – e artisti fra cui la nostra Rita Pavone ma, soprattutto, i New York Dolls. E d’improvviso, ecco la rivelazione, la sua voce che si dispiega nel canto, toccante scoperta raccontata come un’epifania.
Comincia una nuova vita di viaggi, grandi esperienze e delusioni. E tutti i fan conoscono il tormentato rapporto con Johnny Marr, all’inizio della formazione degli Smiths (1982-1987), che sfocia in un infinito processo per questioni di soldi, su cui M. si dilunga per molte pagine, a voler testardamente sostenere le sue ragioni; una vicenda comunque sconcertante in cui lui si descrive e appare come un povero sprovveduto.
Andando avanti, oltre alla nascita delle sue canzoni, e all’attività di concerti e tour, c’è spazio per la sua pratica vegetariana, radicale e senza sconti per nessuno, una fede per la quale si batte e discrimina amicizie e contatti personali.
Belle pagine sono dedicate alla storia d’amore con un uomo (pagine, a quanto so, censurate nell’edizione – sempre Penguin – destinata al mercato Usa!), ma anche all’emozione che prova all’idea di poter avere un figlio quando è conquistato, affascinato da una donna.
imagesLascio ai Morrissey addicted il giudizio sullo spazio dato dall’autore al suo percorso artistico. Io sono rimasta incantata dalle righe dedicate a una gita in macchina nella brughiera, con alcuni amici, il 6 gennaio 1989 (da pag. 229). Lì Morrissey si confronta col mistero della natura, la forza del vento, i suoni che nella notte si fanno più inquietanti, la nebbia impenetrabile. Persa e sopraffatta dalle tenebre, la piccola comitiva incontra forse un fantasma, un giovinetto lacero che si avvicina all’auto e lascia addosso a ognuno di loro una sensazione di orrore, pietà e di gelo. Troppo banale la citazione di Cime tempestose? Personalmente, questo è il passaggio che ho amato di più: circa 10 pagine, un episodio a se stante con il quale Morrissey cerca un respiro diverso, una pausa, nella frenesia – e nel racconto della frenesia – dello star system. E non è per niente chiaro se questo libro, certamente sincero, dica poi fino in fondo qual è l’intimità umana di questo complesso personaggio, secondo me fuori dal tempo. Una sensazione che si rafforza giunti alla fine del volume, nonostante la sua voce, graffiante e corposa, sia ancora perfetta per denunciare le follie di questi tempi.

Genere: autobiografia
Voto: ****
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