Alessia Gallione, DOSSIER EXPO, Bur Rizzoli, 2012, 365 pagine.

Milano 2015. “Il più grande cantiere italiano” è stato, ancor prima di nascere, forse anche il più travagliato. Lo racconta benissimo questo saggio sintetico e chiaro, denso di cifre e date, firmato da una giornalista di Repubblica che ha seguito fin dall’inizio la vicenda della prossima Expo.
Quella che si svolgerà nel capoluogo lombardo, per quanto da molti considerata una manifestazione ormai stanca e vecchia nella sua stessa concezione, sarà un’iniziativa di notevole interesse: per il tema alimentare (“Nutrire il Pianeta, energia per la vita”) proposto nel Paese-icona della dieta mediterranea; e perché il Bel Paese è meta di turismo desiderata a tutte le latitudini. Non meravigliano quindi la recente impennata di adesioni all’evento da parte di nazioni, associazioni, organizzazioni internazionali, né il coinvolgimento di sponsor, aziende, e delle Regioni d’Italia. Tutte cose che fanno ben sperare, e che questo saggio, chiuso a metà del 2012 non poteva considerare.
La Gallione tratta invece con scrupolo i primi passi, più che incerti, di questo appuntamento. E sono documentati con cura le relazioni pericolose fra i protagonisti, l’un contro l’altro armati. In primis Letizia Moratti, sindaco di Milano, che nel 2006 lanciò la candidatura, e coloro che salirono alla ribalta dall’aprile 2008, momento dell’assegnazione. Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni, all’epoca presidente della Regione, l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, indifferente alla vittoria di Milano, e il codazzo di nomi noti quali Paolo Glisenti, Diana Bracco, Lucio Stanca, Bruno Ermolli, Giuseppe Sala. Oltre alla famiglia Cabassi, naturalmente, proprietaria dei terreni su cui si era sviluppato il progetto. La signora Moratti, anche detta Lady Expo, infatti, aveva sottoposto alla commissione esaminatrice (il Bie di Parigi) un evento pubblico contando sull’esproprio, o acquisto, o comodato d’uso di terreni privati su cui non c’era, fino a quel momento, alcun accordo. Un peccato originale, risolto in extremis (nell’aprile 2011, con tre anni di ritardo!) dopo un’infinità di conflitti, lotte di potere, sgambetti, trionfi e rese, leggendo i quali si resta letteralmente allibiti.
Il sogno di fondo, va detto, era un sogno di cementificazione: durante e dopo l’Expo. Contrastato dai sogni, ben più nobili, di Carlo Petrini (foto) e Stefano Boeri: cioè mister Slow food (che ha vinto a settembre il premio dell’Onu “Campione della Terra 2013”), e il noto architetto allora nella squadra Moratti, che progettarono l’Orto Planetario.
Dice la cronaca che, esasperati dalle risse, dall’increscioso spettacolo di politici, faccendieri e palazzinari, il 30 maggio 2011 la signora sindaco venne però abbandonata dai cittadini, che elessero a nuovo inquilino del Comune Giuliano Pisapia. E l’Expo, causa il ritardo ormai da brivido dei lavori, il patto di stabilità, la crisi mondiale, perse qualche zero di budget e, secondo alcuni, la sua anima: da campo coltivato del Mondo a esempio di smart City.
C’erano voluti 9 milioni di euro per battere Smirne, oltre 150 per acquistare Arexpo (i terreni che diventano così di proprietà di Regione, Comune, Fondazione Fiera, Provincia di Milano, Comune di Rho: maggioranza pubblica, per fortuna); ora non restava che puntare su un Expo “leggero”, e correre: seguendo una filosofia modificata, di una “produzione alimentare intelligente”, più allettante per i Paesi ospiti perché più tecnologica.
Sono storia più recente, però, anche le nuove battute d’arresto per sventare le infiltrazioni mafiose nei cantieri, bonificare i terreni; e il continuo ridimensionamento delle infrastrutture (strade, metropolitane, vie d’acqua) che non si potranno completare per il maggio 2015: un incubo. Tuttavia, il clima intorno all’Expo sta cambiando, e alla fine, per quanto possa sembrare semplicistico, è proprio il sostegno e la condivisione dei cittadini a fare la differenza.
Il saggio si chiude con la speranza che le promesse fatte loro saranno mantenute; ma oggi vediamo che “un evento in tono minore”, di certo ridimensionato – e che quelle promesse non può mantenere – non vuol dire assolutamente povertà di idee, soluzioni arrangiate e tantomeno un fallimento. Cosa che nessun italiano, a questo punto, può augurarsi.

Genere: saggio
Voto: ****
Refusi trovati: uno. 

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