I. J. Singer, LA FAMIGLIA KARNOWSKI, Adelphi, 494 pagine.

I.J. Singer (il fratello di I.B.), il maggiore d’età dei due ma il meno noto come scrittore, narra una storia familiare di ebrei erranti fra Polonia, Germania e America.
Pubblicato nel 1943, questo romanzo uscì quindi prima di La famiglia Moskat, che Isaac Bashevis (Premio Nobel 1978) pubblicò con grande successo nel 1950, dedicandolo all’amato Israel Joshua, morto nel ’44, e ammirato “autore dei Fratelli Ashkenazi”. Un intreccio biografico che ricorda le complesse parentele spesso raccontate dalla narrativa a proposito degli ebrei di Polonia ma, sia detto subito, il libro di cui scrivo qui mi è sembrato meno riuscito dei capolavori corali ricordati sopra, e dei molti altri romanzi e racconti scritti dai Singer.
Confesso che già a pagina 69 ho sospeso per giorni la lettura, delusa da una descrizione molto bozzettistica (e raffreddata dal repentino passaggio dal tempo passato all’indicativo presente) della pittoresca vita di strada degli ebrei di Berlino. In quest’opera l’autore dimentica i suoi personaggi quando si dedica a luoghi e situazioni d’insieme, ed è come se la narrazione fosse sospesa. Altro pathos, secondo me, si ottiene quando il lettore può osservare “la scenografia” attraverso gli occhi dei protagonisti, condividendo il loro sguardo e il loro stato d’animo.
Tre generazioni di Karnowsky sono seguite attraverso i discendenti maschi della famiglia. David, che lascia la Polonia per Berlino in cerca di libertà di pensiero; il figlio Georg, celebre medico che sposa una gentile, intorno al quale il clima sociale degli anni Trenta comincia a farsi cupo. Infine Jegor, figlio di Georg, la cui parabola personale è ormai intrappolata nella storia dell’avvento nazista, e rappresenta il culmine drammatico della vicenda.
Adolescente nella città tedesca ormai attraversata dall’odio, Jegor subisce un terribile trauma nel liceo che frequenta, dal quale non si riprenderà più. Per salvare il figlio e la famiglia, Georg decide di trasferirsi a New York, dove l’ultima parte del libro si concentra sul profilo disadattato e autolesionista del ragazzo.
Anche qui, tuttavia, nello stile qualche cosa manca. Tant’è vero che ho avuto difficoltà a provare empatia per lo sfortunato giovane, le cui complesse turbe emotive, l’odio per il padre e per se stesso, si manifestano in modo un po’ schematico. Infine, è Georg, soprattutto la sua dedizione per il figlio, a rimanere impresso e a commuovere.
Nel libro, alcune pagine belle e intense, come quelle sull’errare “into the wild” di Jegor, riscattano uno stile discontinuo. Ma anche a lettura conclusa, pur apprezzando la trama, sono ritornata col pensiero alla magnifica lingua (e all’incantevole, complessa storia d’amore) che si dispiega nella Famiglia Moskat: un confronto inevitabile. Questo solo per dire che La Famiglia Karnowski – se il tema interessa – è un testo che vale la pena di conoscere, e che comunque il Nobel è andato al Singer giusto.

Genere: narrativa
Trama: ****  Stile: ***
Refusi trovati: uno

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