Giancarlo Costa, STORIA DELLA BALENERIA, Mursia, 218 pagine + illustrazioni.

Le balene, e la caccia a questi cetacei: da mito a ragione di sopravvivenza, da impresa commerciale a crimine sistematico. La storia della sopraffazione da parte dell’uomo nei confronti di questo stupefacente mammifero indigna nel momento in cui si è diventati ciechi di fronte alla ormai possibile estinzione. Dei periodi precedenti, in questo avvincente libro si legge con viva curiosità l’epopea di un’attività durissima che ha portato barche e pescatori fino alle acque più gelide del globo, a caccia di balene, megattere, orche e capodogli.
Moby Dick, a indicare con questo forte simbolo letterario tutta la famiglia di cetacei, ha per antenato un piccolo daino, grande come una volpe che, 20 milioni di anni fa, diversamente da tutte le altre forme di vita – che lasciavano l’acqua per adattarsi alla terra – decise di ritornare al mare.
Seguendo il bel racconto dell’autore (www.giancarlocosta.it) si incontrano gli intrepidi eschimesi dell’Alaska o della Kamčatka, balenieri già prima dell’anno Mille, poi gli islandesi, gli scandinavi e i baschi, che si spinsero fino alle acque artiche, Terranova e il Labrador. In seguiti si cominciò a cacciare con ritmi pre-industriali. Fra il 1560 e il 1570 (un solo decennio) le balene uccise si calcola abbiano dato un milione e 900.000 litri di olio: ogni anno. Diventano balenieri provetti anche gli olandesi, gli inglesi e i francesi. Si spingevano fino a Capo Horn, poiché la pesca intensiva spopolava completamente intere aree, una dopo l’altra.
Nel Settecento prende il via la baleneria americana, a Nantucket e Cape Cod. E anche in mare si verifica una rivoluzione industriale. Si caccia soprattutto il capodoglio, che dà il prezioso spermaceti (la testa di un esemplare di grandi dimensioni può contenerne fino a tre tonnellate) e, per lavorare nel miglior modo questi immensi animali, si organizzano vere e proprie fabbriche galleggianti  – le factory ship – che seguono la flottiglia di imbarcazioni da caccia, pronte a lavorare le carcasse.
Inizia la strage su larga scala, che fa vittime anche fra i marinai, e porta alla deriva, o fa prigioniere dei ghiacci, intere navi, con tutto l’equipaggio destinato a morire per congelamento. L’attività della baleneria declina e si estingue a fine Ottocento, quando l’illuminazione delle città non dipende più dall’olio dei cetacei, sostituito dal gas. Ma un numero incalcolabile di balene – e altri ospiti del mare – furono uccisi dalle bombe di profondità durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi i giapponesi, sordi alla nuova coscienza ecologica, continuano a catturare le balene per ragioni alimentari, ghiotti come sono delle carni. D’altronde, sempre loro catturano gli squali, ributtandoli subito in mare dopo aver tagliato loro le pinne, altra prelibatezza delle loro tavole.

Genere: saggio di mare
Trama: **** Stile: ****
Refusi trovati: uno

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