Israel J. Singer, LA FUGA DI BENJAMIN LERNER, Bollati Boringhieri, 246 pagine.

UnknownIndubbiamente non è possibile dare un giudizio equilibrato su questo autore finché non si legge quello che viene considerato il suo libro migliore, I fratelli Ashkenazi (io non l’ho ancora letto). Ma in questo blog di letture ho già parlato di altri lavori dei due fratelli Singer, Israel J., il maggiore, e Isaac B. il minore e vincitore del Nobel per la letteratura.
La storia di Benjamin Lerner – ebreo polacco di Varsavia, travolto dai venti della Storia negli anni della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’ottobre – purtroppo è, secondo me, una vera occasione persa.
Il protagonista di questa tragicomica vicenda è un giovanotto tenace quanto impulsivo, irascibile. Disertore dell’esercito imperiale russo, accolto in un primo tempo da uno zio, la cui figlia, Gitta, si innamora di lui, Benjamin ricambia questi sentimenti, ma il padre di lei è contrario al matrimonio della giovane con un simile spiantato. Benjamin se ne va, incontra un amico scultore che lo ospita per un po’; poi finisce in un campo di lavoro, dove tenta, con altri diseredati, una rivolta. Questa fallisce, e Benjamin, in fuga, conosce un ricco ebreo visionario che vuole fondare una comune in Russia, dove ha delle proprietà. Qui per il giovane, riunitosi a Gitta, inizialmente le cose sembrano funzionare, poi un’altra capriola del destino lo conduce in prigione, da cui evade con un compagno. In balia degli eventi che lo sovrastano, si ritrova a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno (San Pietroburgo, 1917), del tutto inconsapevole di quel che gli accade.
Pur con questo materiale, straordinario e tragico, su un ebreo errante a simbolo di un popolo perseguitato e sconvolto, Singer secondo me non riesce a dare intensità e slancio alle sue pagine. Per cercare un’efficacia che colpisca il lettore, deve addentrarsi in descrizioni minuziose riguardo alle condizioni di vita di uomini, donne e bambini, colpiti da fame, miseria, malattie, e persecuzioni. Le piaghe infette da vermi che brulicano, i pagliericci attraversati da parassiti e topi, le immangiabili razioni di cibo nel campo di lavoro, gli stracci luridi che a stento ricoprono le nudità, fino alla descrizione della donna priva di gambe che si muove ondeggiando sui glutei, fino alle fasciature che ricoprono i suoi moncherini, ai moncherini stessi, alle piaghe e la cancrena che li mangiano. Fino al fatto che questa donna rimane incinta …
Non è che si resti increduli davanti a questi episodi. Non si dirà mai abbastanza degli orrori nella mitteleuropa antisemita della prima metà del Novecento dominata da un genocidio in fondo inenarrabile.
Ma la letteratura non è storia e tantomeno cronaca. Chiede altro, una forma di trasfigurazione dei personaggi, delle emozioni, degli avvenimenti che – questa la sua massima difficoltà – deriva, paradossalmente, da un estremo pudore. Questo è proprio il punto di partenza e di arrivo. Non si può “esibire” tutto in questo modo. Bisogna sapere che l’intimità di ogni essere umano è sacra, e ogni legittima descrizione di tale intimità è un tradimento. A volte giustificato, a volte necessario, ma un tradimento. Ecco, qui, per mancanza di perizia stilistica e capacità letteraria manca – a monte – il senso del tradimento dell’intimità, della dimensione privata.
Per cui questo libro appare alla mia sensibilità come una cronistoria (per carità, interessante), non letteratura.

Genere: romanzo (più o meno)
Trama: *** Stile: **
Refusi trovati: tre

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Petros Markaris, TITOLI DI CODA, Bompiani, 310 pagine

3254011-9788845276439-235x336Nonostante la crisi, la Merkel, la Troika, e soprattutto il fatto che sua figlia Caterina, avvocato che difende gli immigrati, sia stata picchiata da quelli di Alba dorata, il commissario Kostas Charitos – il Montalbano di Atene – non perde grinta, ironia e lucidità professionale. E anche in questo titolo c’è da apprezzare – come nel caso del Montalbano di Camilleri – che i misteri da risolvere, i colpevoli da scoprire, danno sostanza a più di un filone di indagini, non collegate fra loro, ma che arricchiscono la trama.
Qui, oltre ai picchiatori e ai loro complici, bisogna scoprire gli autori di alcuni omicidi e di un suicidio, che conducono a un gruppo di sedicenti “Greci degli anni ’50”, sorta di giustizieri moralizzatori che inviano tramite Internet le loro rivendicazioni.
Con un finale alla Agatha Christie (penso sarà facile capire perché), questo episodio della carriera del commissario è implicitamente un grido di dolore per la corruzione, le complicità, i lacci e lacciuoli burocratici che fanno lievitare il malaffare in cui sprofonda la Grecia.
La penna di Markaris è lieve nell’accennare, fra le righe, anche a un confronto con il paese-modello che da Berlino impone i sacrifici sulle sponde dell’Egeo: “Il problema con i tedeschi è che non si limitano a credere di avere un’economia più sana – cosa che hanno -, ma pensano di avere anche una testa più sana degli altri – cosa che è più dubbia”.
In questo episodio, Charitos ha a che fare con l’ambasciata tedesca, personaggi (vittime) tedeschi, e una serie di lettere in tedesco che, tradotte, spiegheranno molte cose dei misteri che ha di fronte.
Ma la freschezza di questo poliziesco sta anche nelle scene di vita familiare del commissario, dove ci si arrabatta per arrivare alla fine del mese, il tutore dell’ordine deve usare i mezzi pubblici per risparmiare sulla benzina, e la moglie Adriana fa miracoli ai fornelli, cucinando in modo delizioso, anche se con cibi poco costosi e limitate quantità. Le conversazioni intorno al desco, dove si festeggia, si discute o ci si sostiene reciprocamente, sembra che vogliano riaffermare un modo di vivere tutto mediterraneo, per rilassatezza e centralità degli affetti, che autorizzano – mi sembra – un doppio registro e una doppia lettura di questo bel libro. Come se, parlando di fidanzati, matrimoni, progetti e fiducia nel futuro, e anche delle indagini del capofamiglia, pur fra le mille difficoltà della crisi, assaporando i piatti della padrona di casa o di qualche ospite (cernia alla spetziota con verdure di montagna, hortòpita, torta di verdure con la feta, briam, una sorta di ratatouille, melanzane imam e cicorie lesse) si facesse una scelta di campo fra nord e sud d’Europa. Così l’attualità più scottante entra, decantata, in un genere letterario cosiddetto d’evasione, e lo completa; da quel che leggo sfogliando la critica, meglio, forse, dello scenario fantapolitico nel precedente romanzo Resa dei conti.

Genere: romanzo poliziesco
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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Franz Werfel, I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH, Corbaccio, 918 pagine.

imagesNel 2015 (il 24 aprile) cadono i cento anni dal genocidio degli Armeni. Questo romanzo storico è uno dei testi più significativi su quella atroce pagina di persecuzione.
Per vicende familiari, all’inizio della Prima guerra mondiale Gabriele Bagradiàn, ricco armeno che vive a Parigi con la moglie Giulietta, francese, e il figlio adolescente Stefano, ritorna alla casa paterna, nei luoghi natali: la regione del Mussa Dagh – oggi siriana, allora impero turco – dove vive il suo popolo.
È il tragico momento in cui si dà il via allo sterminio degli armeni, dove le ragioni economiche, politiche ottomane, sono sovraccaricate da un diffuso odio razziale e confessionale, essendo gli armeni cristiani ortodossi.
Tale annientamento, in questo ampio romanzo dallo stile scarno, rimane sullo sfondo, e lascia in primo piano un episodio eroico legato a quegli eventi: la resistenza di cinquemila anime asserragliate sulle alture del Mussa Dagh, organizzata da Bagradiàn. Quaranta giorni di sofferenze, atti di eroismo e lutti che decimano gli abitanti di sette villaggi, fino alla salvezza portata, dalla Marina francese, che incrocia al largo del golfo di Antiochia con una sua nave da guerra.
220px-WerfelFranz Werfel, scrittore e drammaturgo austriaco di origine ebraica (Praga 1890 – Los Angeles 1945) pubblicò questo titolo nel 1933, quando i venti di guerra e antisemitismo che percorrevano l’Europa radicarono sempre di più il suo pacifismo (ma durante il primo conflitto mondiale si era arruolato nell’esercito austriaco). Ebbe simpatie per il cristianesimo e il cattolicesimo, testimoniate anche con Il canto di Bernadette, biografia della fanciulla di Lourdes (1941), da cui fu tratto il noto film di Henry King (1943).
Libro abbastanza ostico (secondo alcuni per la vecchia traduzione), anche per la lunghezza, l’epica vicenda del Mussa Dagh è tuttavia una lettura imprescindibile per chi si interessi dei grandi conflitti razziali e religiosi che travagliano l’Europa.
Dapprima utilizzati per combattere nell’esercito ottomano (due milioni di uomini), gli armeni danno presto fastidio a Enver Pascià, leader dei Giovani Turchi appena giunti al potere: “Non voglio più cristiani in Turchia”, dichiara. Inizia la diaspora e il genocidio di due milioni di persone deportate, cinquecentomila delle quali arrivano ad Aleppo, stremate.
Che cosa farne? Il Ministro degli interni Talaat informa il sindaco della città che “obiettivo della deportazione è il nulla”. (Talaat fu poi ucciso a Berlino da un sopravvissuto.)
Gli eventi raccontati nel libro vanno necessariamente spiegati nel loro contesto storico più ampio; ma il romanzo invece ruota – in modo quasi sorprendente – tutto intorno a una buona dose di sentimenti ed emozioni intime, avventura, innamoramenti più o meno platonici, tradimenti, lutti, lacrime, fame, disperazione. Nobiluomini, sacerdoti, viveur stranieri, fanciulle sfortunate e innocenti, e povere anime reiette fra i reietti, incattivite dall’emarginazione, fanciulli-eroi, traditori, sventurati, suicidi … Ma anche molte pagine di conversioni e dibattiti politici, spirituali, filosofici (fra cui spicca il serrato confronto – fatto storico – fra Giovanni Lepsius e il Giovane Sceicco Pascià sulla sorte degli armeni. Il primo, pastore evangelico tedesco che dedicò la vita ai sopravvissuti, nel 1921 testimoniò al processo che vedeva imputato l’assassino del criminale turco Talaat.

Giovanni Lepsius, 1858-1926, tedesco sepolto in terra armena

Giovanni Lepsius, 1858-1926, tedesco, sepolto in terra armena.

Grazie proprio alla testimonianza di Lepsius il giovane armeno fu assolto. Da qui nacque la materia giuridica dei “crimini contro l’umanità”). Inutile, quindi, svelare la trama delle storie private, rinchiuse in quel mondo a parte sulla montagna di Mosè, così come ricreate nelle pagine di Werfel. Come non vanno svelati in anticipo la sorte della famiglia Bagradiàn, del capostipite e condottiero Gabriele, né l’ascetico quanto cruento finale.
Una lettura che è forse un’impresa, ma di quelle che arricchiscono per sempre.


Genere: romanzo storico

Trama **** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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Antonio Moresco, GLI ESORDI, Mondadori, 673 pagine.

Giudizi: “Ora che l’ho letto per intero, posso dire che Gli esordi è davvero un capolavoro. È un libro che racchiude il secolo da tutti i punti di vista (…) costituisce una specie di epica dell’individuo.” Tiziano Scarpa, 13 giugno 1997.
“A lettura purtroppo terminata non resta che dichiarare esplicitamente, come se si trattasse di una scelta di campo, il completo innamoramento per questo libro.” Dario Voltolini, 13 febbraio 1999.
“Una radicalità quasi kierkegaardiana, un’energia conoscitiva a cui non siamo più abituati, un sentimento discostante e devastato del mondo, il documento di un’ostinata insubordinazione spirituale.” Massimo Onofri, Diario, 2000.
“Il massimo scrittore europeo.” Giuseppe Genna, I Miserabili, 2003.
“Un autore così drammaticamente sincero, così insofferente della miseria intellettuale di oggi.” Angelo Guglielmi, l’Unità, 2005.

L'edizione Feltrinelli, 1998

L’edizione Feltrinelli, 1998.

Edizioni: Gli esordi ha avuto due edizioni. La prima, di Feltrinelli, nel 1998: la seconda, ampliata, di Mondadori, nel 2011: quella che ho letto e qui commento. Tutti i pareri riportati sopra, che stanno, con altri, alla fine del volume, fanno riferimento dunque all’edizione del ’98, a cominciare dal commento di Tiziano Scarpa. Come si vede dalla data, quest’ultimo è antecedente anche alla prima pubblicazione, ed è infatti tratto dalla scheda di lettura da lui compilata per Feltrinelli, casa editrice di cui era redattore, per la quale lesse il manoscritto, di 830 cartelle. Concludeva quindi: “Non esito a dire che Gli esordi è un caposaldo della nostra letteratura di questa seconda metà del secolo. Risolve una miriade di nodi estetici (…). È un libro che rimarrà, un caso letterario, l’opera di una vita.”
Introduzione: Ho riportato questi pareri, e un minimo di cronologia (alla fine del volume è Moresco stesso a parlarne) per spiegare con che cosa ci misuriamo. Ora, dopo aver letto e riletto quei giudizi, devo anch’io motivare la mia grande ammirazione per Moresco, sperando di essere utile a chi deve decidere se leggerlo o no.
Stile: Moresco adotta uno stile di scrittura molto semplice, frasi brevi, zero subordinate, punteggiatura scolastica, corretta. Mi ha in principio sorpresa la sua stesura diligente. Pochissimi aggettivi di abbellimento anche se, quando capita, se ne ammira la grazia: “… mi pareva di udire nel grandioso silenzio un fragore di stelle maciullate … Le vedevo più nitide, sbalzanti”. Oppure: “Oltre i vetri della cabina la città era tutta tagliata, eppure le auto correvano lo stesso sui suoi spicchi”.
Ancora più rare le riflessioni – diciamo – metafisiche: “Può Dio venire attraversato dai suoni?”.
A parte queste divagazioni, lessicali o concettuali che dir si voglia, il protagonista compie un percorso apparentemente lineare, e riferisce quanto gli accade esattamente come, in sogno, si osservano eventi assurdi, o normali, senza, o con il massimo, stupore (in verità, lo stato d’animo di chi racconta è quasi sempre stupefatto).
Altro dato importante, la quasi totale assenza di dialoghi nella prima parte; qualche scambio di battute nella seconda, un maggiore equilibrio fra discorso diretto e descrizioni nella terza. Ma lo stile è fedele a se stesso dalla prima riga all’ultima, al di là di queste variazioni. Moresco non concede nulla a una accattivante vivacità formale. Si tratta quindi di una narrazione se non faticosa di certo scarna e anche monotona.
Nella quarta di copertina dell’edizione Mondadori si presenta la prosa di Moresco come “ipnotica, irradiante e intensa”, un giudizio che si può pienamente sottoscrivere pur senza rinnegare una valutazione più fredda, che ne evidenzi onestamente anche il carattere impegnativo. Il libro trascina in un gorgo di immagini che fanno perdere l’orientamento, senza punti di riferimento per decine e decine di pagine. Tiziano Scarpa stesso, nel suo commento al dattiloscritto dice: “Trovo che sia stato salutare l’averlo scorciato in qualche punto” così evitando che la fluviale creatività dell’autore corra “il pericolo di divagare per l’universo mondo accogliendo spunti secondari, smagandosi, depistandosi”. Ma, fra questo giudizio e l’edizione qui presentata non so che interventi/ ampliamenti ci siano stati.
Contenuto: Come scrisse ancora Scarpa proponendone la pubblicazione, e mettendo le mani avanti, “pur essendo condotto con un linguaggio semplice, ultravisivo, non è un libro che attirerà le folle”, non conquisterà un vasto pubblico per la totale assenza di una trama, del plot. Se questo si aggiunge allo stile controllato e se, personaggio dopo personaggio, nessuno esprime sentimenti, emozioni, umanità, se tutto è scientemente privato di “energia narrativa”, diventa difficile spiegare come un testo tanto lungo, che definirei totalmente anaffettivo, possa essere convintamente considerato un capolavoro.

L'edizione Mondadori, ampliata, 2011.

L’edizione Mondadori, ampliata, 2011.

Trama: La Scena del silenzio, il primo capitolo, si svolge in un seminario, dove il protagonista si sta preparando a prendere i voti. Segue con obbedienza il rituale quotidiano della comunità, ma ha anche fatto voto del silenzio, di cui nessuno sembra accorgersi. Quindi è testimone e riferisce di un flusso di eventi grandi e piccoli, che non vengono mai spiegati nelle loro premesse e conseguenze, ma solo registrati (i seminaristi che vanno sugli schettini nel fondo di una piscina). Qui compaiono già alcuni personaggi centrali per la trilogia: la Pesca, fanciulla/prostituta/oggetto d’amore, e il Gatto, il maggiore dei prefetti/figura di potere/confidente.
Il protagonista esce dal seminario per tornare in un borgo, Ducale, per un matrimonio e per la sua circoncisione. Anche qui si svolgono una serie di fatti (la donna che lava i tre figli, fra cui la Pesca, con un potente getto d’acqua, all’aperto; o l’aliante che prende il volo con un topo a bordo) che il protagonista osserva a volte – come già accennato – “con grande stupore”, l’unico moto dell’animo descritto in queste pagine, per il resto emotivamente mute. Il protagonista torna in seminario e rompe il silenzio per pronunciare il suo “sì” ai voti (pp.9-254).
Scena della storia, il secondo capitolo. Senza alcun nesso con quello precedente – proprio come in un sogno – vede il protagonista diventato attivista politico di base. Va di paese in paese a tenere comizi – di cui ovviamente Moresco non riferisce una sola parola – con una banda di comprimari che a mano a mano si uniscono a lui (il Cieco, Sonnolenza, l’Operaio dalla faccia bianca: tutti i personaggi di Moresco sono – come dire – border line anche nei nomi), viaggiando su una “macchinina gialla”, dove stanno sempre più stretti, in compagnia anche del cane del Cieco, e condizionati nella guida e nei movimenti dall’avere intorno al collo una cornice, che non potrebbe essere trasportata in altro modo. Poi questi personaggi scompaiono, e il protagonista si ritrova in un vecchio edificio/sede del partito, infestato da topi e strani rumori. Alcune figure escono allo scoperto, altre riappaiono. Un militante in punto di morte racconta di quando doveva imbalsamare il corpo di Lenin … Infine il protagonista pronuncia il secondo “sì” a una militanza ancora più radicale, diventando un “guerriero”.
Si tratta di un capitolo stupendo, in cui Moresco maciulla con metodo infallibile qualunque possibile riferimento o simbologia politico-ideologica, oltre a ogni “sentimento”. Tutto sta sospeso, raggelato, materiale onirico immerso in un brodo primordiale di azoto liquido (pp. 256-534).
Scena della Festa, e secondo salto logico e narrativo. Il protagonista è uno scrittore in cerca di un editore e, con sua grandissima emozione (con stupore!), a un certo punto lo trova. Ma eccoci precipitati, insieme con lui, in un incubo, raccontato con grande ironia, poiché questo editore (il Gatto, sotto una nuova veste) è comunque irraggiungibile, gli appuntamenti, continuamente aggiornati, saltano, nonostante la segretaria ribadisca all’autore lo sconfinato interesse della casa editrice per il suo sublime, sconvolgente, immortale capolavoro.
Il capitolo è esilarate … direi in maniera scientifica, e si articola infine spesso nel discorso diretto, a dimostrazione della infinita perizia di Moresco, sebbene questa non sia mai esibita.
Ho trovato tecnicamente pregevole la nonchalance con cui è descritto il momento in cui finalmente l’incontro fra i due avviene. L’editore è esaltato, e si inizia l’iter per la pubblicazione, la quale è però continuamente insidiata da piccoli contrattempi e disguidi.
Il capitolo dice molto di più. Ambientato in una Milano notturna, trasfigurata, riconoscibile per la presenza di numerose fotomodelle, lascia intuire una periferia di palazzoni e case senza privacy, dove si aggirano donne nude e gravide, dove, nei parcheggi, alcuni esseri vivono in auto, e riappare la macchinina gialla. Una entità-metropoli su cui passa la cometa di Halley e dove lo scrittore è invitato a una festa alla quale partecipano autori e personaggi letterari, da Leopardi allo scrivano Bartleby, e anche la Pesca.
Infine, meglio non anticipare quale destino l’editore suggerisca al (malcapitato) protagonista per la sua opera, in un grottesco, asciutto finale (pp. 537-647).
Ultima osservazione: Antonio Moresco ha lavorato a questo romanzo per un arco di tempo estenuante, cesellando ogni sillaba. Ma tutte le lodi che questo libro merita varrebbero di meno se tanto controllo, quest’opera maniacale di levigatura non fosse smentita da quello che io chiamo il suo meraviglioso scivolone. Da fine pag. 510 a inizio pag. 512 il protagonista ha a che fare con un esserino neonato, l’aurora di una forma umana di vita pulsante tenera fragile indifesa. In questa pagina, che mi ha molto commossa – anche rileggendola – l’autore, o meglio l’uomo Antonio Moresco, non sopporta la lucida, fredda distanza stilistica dalla sua creazione letteraria, e sceglie parole splendide e piene d’amore, cambiando completamente registro. La pagina vibra, carica di emozione, di sentimento, di affetto, perché quell’esserino al primo vagito è, nella mente di Moresco, consapevolmente o meno, certamente sua figlia. Il gelo siderale voluto dalla scrittore per queste oltre 600 pagine viene travolto dall’amore di padre. Dunque quella pagina non era possibile toglierla, e per fortuna. Struggente com’è, oltre che lezione di stile inarrivabile, vale tutto il libro.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

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Antonio Moresco, LETTERE A NESSUNO, Bollati Boringhieri, 1997, Einaudi, 2008.

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Antonio Moresco, a sinistra. Milano, 2015.

Di questo saggio/diario ormai celebre ho riletto la prima edizione, Bollati Boringhieri, del 1997, quindi priva della fluviale seconda parte, aggiunta da Moresco dopo la pubblicazione degli Esordi (editi da Feltrinelli nel 1998). La versione ampliata e definitiva delle Lettere uscì per Einaudi solo nel 2008; mentre nel 2011 fu Mondadori a pubblicare la revisione accresciuta degli Esordi. Percorso travagliato, quindi, come tutta la carriera di questo autore, che ha trasmigrato per quattro case editrici (anzi di più, se si considerano altri suoi titoli), ed è giunto al riconoscimento del mondo culturale dopo decenni di rifiuti.
Nel caso di queste Lettere non è mia intenzione proporre una vera e propria recensione (nel caso, dovrei leggere la stesura completa), perché l’obiettivo è arrivare in fondo alla trilogia L’increato, di cui è appena uscito l’ultimo atto, Gli Increati (Mondadori 2015).
Basti ricordare che queste missive (mai spedite, pare) – indirizzate a vari personaggi della cultura italiana – raccontano i tentativi di sottoporre le 800 cartelle degli Esordi a scrittori, editori, critici, e l’accidentata marcia di avvicinamento di Moresco alla consacrazione letteraria (con l’uscita degli Esordi, appunto). Alcune sue cose erano già state prese in considerazione e pubblicate: Clandestinità e La Cipolla, ma si trattava di lavori molto più brevi. Erano anche le dimensioni degli Esordi a spaventare gli addetti ai lavori (ma anche il suo contenuto e la sua forma, come vedremo).

La prima edizione, Bollati Boringhieri

La prima edizione, Bollati Boringhieri

Le Lettere – un resoconto del decennio dal 1981 al ’91 – alternano le quasi disperate richieste di attenzione dell’autore a stralci di riflessioni culturali, politiche, spirituali, e sono soprattutto, nei passi più lunghi, il crudo racconto di pezzi di vita, note biografiche sparse, non in ordine cronologico, da cui si ricostruisce una trama personale assai sofferta, la famiglia, la terra, la folgorazione politica, il viaggio a Cuba.
Nella sua dimensione artistica ancora pre-aurorale, che rivela sottotraccia tenacia e disperazione, è questo il vero, nebuloso inizio della trilogia (o, meglio, forse, tetralogia), anche dal punto di vista stilistico. Sebbene – ripeto – io abbia letto solo il primo embrione delle Lettere, libro comunque interessantissimo. (1-continua)

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Ermanno Cavazzoni, STORIA NATURALE DEI GIGANTI, Guanda, 250 pagine.

UnknownUno studioso affronta con grande scrupolo la compilazione di un esauriente manuale sulla vita, storia, usi e abitudini dei giganti. A cominciare dalla loro “altezza e peso specifico” fino alle abitudini sessuali – davvero molto approssimative – e alle varie etnie e gruppi sociali: come i giganti neri poco efficaci e ornamentali, i giganti ladroni, quelli stazionari da guardia.
Il testo viene costruito con metodo, appoggiandosi ad ampia documentazione: l’Ariosto, il Pulci, il Boiardo, con citazioni e riferimenti bibliografici. E senza nascondere le difficoltà nel reperimento delle fonti, soprattutto quando si va molto indietro nelle epoche storiche. “I giganti da quanto tempo esistono? Moltissimo tempo. Ma i giganti antichi sono difficili da studiare perché non omogenei tipologicamente.”
E l’omogeneità – nonostante infinite digressioni, dalle notizie sul pugile Primo Carnera all’egittologo Champollion, ad Al Capone, Giuseppe Stalin, Palmiro Togliatti – è certamente un grande merito del saggio … Almeno nella prima metà, più o meno. Perché, da quel punto in poi, l’innocente o forse maliziosissima (lo studioso non è chiaro al riguardo) Monica Guastavillani distrae l’erudito compilatore dal suo impegno letterario.
Mentre il testo langue, il protagonista si perde dietro ai disarmanti racconti della leggiadra fanciulla, tema esclusivo il fidanzato ufficiale che piace alla madre di lei, e tutta una serie di spasimanti e avventurette di cui riferisce con atroce sincerità. Il saggista è sopraffatto dalla gelosia “e quindi anche di conseguenza questa storia naturale dei giganti non riesce a andare più avanti, non segue più la strada maestra sicura e s’incaglia in mezzo ai quesiti, ai ragionamenti, ad esempio come faceva Monica ad avere il numero di Gianluigi, e gliel’ho chiesto a Monica per non avere poi materia di rimuginamento, come facevi ad avere il numero?”.
I paragrafi sui giganti arrancano (Giganti psicotici, Giganti ad uso di scala, Giganti a forma di mulini e così via), ed è un peccato, per la ricchezza di informazioni che si disperdono. Ma l’appeal della giovinetta è irresistibile: “Monica se ne stava intanto innocente e esile, circonfusa da un nimbo, se così si può dire, come le ninfe Oreadi addormentate alle fontane del monte Ida, come le Driadi, le Amarillidi, …, il sacro bosco di Elicona, la fonte Castalia, la grotta Coricia … le Grazie, il Parnaso …”.
Inevitabile la resa e il drammatico finale, in cui subentra una sorta di follia, il desiderio di diventare un extraterrestre per rivoltarsi contro l’umanità più ottusa. Ma il tempo lenisce le ferite, e il finale esprime calma, rassegnazione, una sorta di pacificazione spirituale: “Con Monica Guastavillani c’è caso che abbia sbagliato”, riflette il gigantologo, e proprio un profilo di gigante scansafatiche, soffice ed evanescente, si disegna nel cielo azzurro in una nube cirrocumuliforme.
Raccontata la trama, ora è giusto lodare il perfetto gioco di incastri fra i vari filoni del testo ( i giganti, le digressioni del saggio, quelle sentimentali). Più di tutto ho apprezzato lo stile, le scelte linguistiche, dall’erudito al colloquiale, fino alla curatissima punteggiatura.
Entusiasmante.

Genere: romanzo/saggio
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

 

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Michel Houellebecq, SOTTOMISSIONE, Bompiani, 252 pagine.

UnknownCome si sa, questo brillante romanzo, ben costruito, ben scritto, uscito poco prima dell’attentato, ha visto moltiplicata la sua fama dall’incredibile coincidenza con la strage al giornale satirico parigino Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, a opera di terroristi islamici (e, nei due giorni seguenti, con l’assassinio di una donna poliziotto, e di clienti ebrei in un Hiper Kasher).
La trama infatti ipotizza che in Francia vada al governo – per via elettorale democratica – il partito della Fratellanza musulmana, vincente per l’ottusa e sfinente litigiosità dei concorrenti laici occidentali, di destra, di centro e sinistra.
Pur tralasciando un gran numero di implicazioni – politiche, economiche, sociali, religiose e culturali – che una compiuta ipotesi del genere comporterebbe (e chissà per quanto ancora potremo usare questo condizionale), lo sviluppo della storia è credibile, narrativamente parlando; e tuttavia nel racconto il succo della faccenda – come è già stato scritto – si riduce al fatto che l’universo maschile si adatta senza traumi al nuovo andazzo, a questa radicale sottomissione, perché viene legittimata la poligamia: in media, una moglie più materna, una per gestire casa e cucina, e una giovane pollastrella per il sesso. Di conseguenza, il libro lascia ironicamente in sospeso due quesiti fondamentali: se agli uomini questa allettante prospettiva di accudimento a tutto tondo basterebbe per rinunciare in modo remissivo alla libertà di pensiero e di coscienza e, soprattutto, che ne pensano le donne di questa – doppia – sottomissione.

images Prima e dopo l’attentato, prima e dopo questo libro, si sono moltiplicate le pubblicazioni che si interrogano sulla “stanchezza” delle società occidentali (come “primo passo verso la sconfitta”, ha scritto Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 3 maggio 2015), sulla fatica di vivere ma, più precisamente, la fatica di scegliere e di difendere attimo per attimo la libertà, personale e collettiva. (Battista commentava le proteste di circa 150 scrittori perché il Pen Club ha assegnato a Charlie Hebdo il premio alla libertà d’espressione).
I grandi ideali (in primis quelli della Rivoluzione francese) sembrano dimenticati o dati per scontati, e la costruzione dell’Europa, nata con Grandi speranze (la maiuscola come omaggio a Dickens), oggi sembra il trionfo di egoismi e chiusure, ciò che porterà a un esito di sottomissione come quello del visionario Houellebecq.
Tuttavia, dopo la manifestazione di Parigi (domenica 11 gennaio: oltre tre milioni di persone al netto di alcuni discutibili capi di Stato) gli anticorpi profondi del mondo di valori che ci nutrono sembrano ancora vivi.
Chi siamo? Perché sentiamo come sentiamo? C’è in noi un dna morale, laico, di sensibilità, comune? Comune a chi? E dove ha origine?

hbportraitCercando di spiegare la freschezza d’analisi di un signore classe 1930 quando esamina l’Amleto, non sottovaluterei i 1492 anni di differenza fra Europa e Nuovo Mondo. Forse non poteva che essere un professore di New York uno dei massimi critici di Shakespeare (Harold Bloom, Shakespeare – L’invenzione dell’uomo, Bur Rizzoli, 578 pagine). Per lo studioso, il Bardo ci ha inventati. Nella sua opera “i personaggi si sviluppano anziché rivelarsi, e lo fanno perché concepiscono nuovamente se stessi”.
Il cigno dell’Avon ci ha dunque plasmati, per quello che ancora oggi siamo nell’essenza.
Dio, secondo Bloom, è in realtà, nelle varie culture, un personaggio letterario: lo Yahweh della Genesi …; il Gesù del Vangelo secondo Marco; e l’Allah del Corano. “… Ma Amleto è l’unico rivale laico di questi grandi precursori della personalità.” Con lui, con i suoi dubbi, ci ha dato una coscienza: viene da lui quella che oggi è nostra, e spiega perché sentiamo come sentiamo.
Bloom non ha dubbi. La nascita della moderna percezione di sé, grazie ad Amleto, per opera del suo autore, non ha anticipazioni né ridefinizioni in nessuno dei grandi scrittori “che sono alla sua altezza (Omero, lo scrittore yahwista, Dante, Chaucer, Cervantes, Tolstoj e forse Dickens)”. Perché S. non “imitò la vita, bensì la creò”. E cercò “di accrescerci, non come cittadini o cristiani ma come coscienze”. Amleto è il personaggio universale, “il più grande fra gli spiriti, che pensando si fa strada verso la verità, a causa della quale muore”.
Anche se Bloom, in questo fiume di esaltanti considerazioni di cui ho dato solo brevi cenni, evita il rischio di “bardolatria”, io invece lo corro senza timori. In questa sorta di venerazione laica, che mi appartiene da moltissimo tempo, e per fortuna condivisa ampiamente, io non ci vedo nulla di dogmatico, nessuna sottomissione ad alcunché.
hamletSolo un continuo farsi, in ogni momento, delle domande; le cui rassicuranti, o faticose risposte sono soltanto nuovi dubbi e nuove domande.

 

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in Romanzo | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Michel Houellebecq, SOTTOMISSIONE, Bompiani, 252 pagine.

Bernard Malamud, L’UOMO DI KIEV, Minimum Fax, 405 pagine.

UnknownDi uno dei miei scrittori preferiti ancora non avevo letto il testo più importante e duro, la storia vera di un giovane ebreo accusato ingiustamente dell’assassinio di un bambino russo: Kiev, 1911.
The fixer (titolo originale del romanzo) è il tuttofare, l’uomo che aggiusta le cose, questo il mestiere di Yakov Bok, classico antieroe, perdente – caro a Malamud – disprezzato e abbandonato dalla moglie perché senza ambizione e sterile, ignorato dal suocero, povero e solo. In cerca di fortuna parte per Kiev, col suo sacchetto di attrezzi e un ronzino malandato e, affrontando un mondo misero e in crisi, che sfoga la sua rabbiosa infelicità anche nell’antisemitismo, tace la sua identità di ebreo.
Abile nel suo lavoro e generoso, dapprima ha fortuna: salva un piccolo industriale caduto per strada che gli offre un impiego, e lo ospita. In casa di costui la figlia Zina, claudicante, si innamora di Yakov, ma questi ritiene più prudente non impegnarsi. La scena dell’approccio, nella camera della ragazza, è l’unico passo di questo romanzo in cui Malamud fa sfoggio del suo celebre, meraviglioso stile ironico e tagliente. Perché di lì a poco tutto precipita, proprio a causa dell’onesto lavoro di Bok. I dipendenti della fabbrica di mattoni che amministra cominciano a odiarlo perché denuncia i loro furti. L’assassinio di un bimbo che era stato visto giocare e far danni nei dintorni, e che era stato sgridato dal tuttofare, è l’occasione per accusarlo e farlo arrestare. Quindi le autorità scoprono che è ebreo, e questa sua menzogna ne genera altre di ogni tipo: tutte contro di lui, in una incredibile vertigine di falsità.
Ecco che il resto della trama è lo straordinario resoconto letterario di un processo di purificazione spirituale e intellettuale, mentre un corpo è abbrutito, umiliato e vilipeso. Accanto a questo percorso intimo e profondo, c’è quello per ottenere un processo – davanti a un tribunale – che non arriva mai, mentre da parte delle autorità è pressante la richiesta di denunciare (inesistenti) mandanti ebrei in cambio della libertà.
A metà del libro c’è un colpo di scena costruito con grandissimo effetto a proposito del “salvatore potenziale”, dopo il quale per Yakov riprende inesorabile una discesa agli inferi che sembra non avere mai fine.
malamud_uomodikiev_tn_150_173Non so perché, fra gli infiniti risvolti di questa storia emblematica mi sembra tacitamente sottolineato dall’autore anche il tema del lavoro negato. Yakov, the fixer, colui che aggiusta tutto, chiede di poter fare piccole riparazioni nella sua gelida, schifosa cella, ma tutto gli viene proibito. Un’eco forse di attualità in questo capolavoro (premio Pulitzer e National Book Award) pubblicato a New York nel 1966.

Genere: romanzo
Trama: **** Stile: ****
Refusi trovati: –

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Tom Clancy, POTERE ESECUTIVO, Bur-Rizzoli, 960 pagine

220px-Tom_Clancy_at_Burns_Library_croppedUn aereo kamikaze in picchiata sul Campidoglio di Washington che ne cancella tutta la classe politica, una guerra in Medio Oriente sferrata da uno stato fanatico (l’Iran), popolazioni in fuga dall’Iraq dopo l’assassinio di Saddam Hussein, un’arma di distruzione di massa: il virus Ebola se si trasmettesse anche per via aerea, e portata entro i confini degli Stati Uniti. Spie, menzogne, la Cia, l’Fbi, il gioco ambiguo delle alleanze e dei tradimenti fra le nazioni più lontane: l’India, la Cina, il Giappone. E un Presidente eletto in circostanze drammatiche che a poco a poco prende coscienza del suo mandato e della sua missione. Si chiama Jack Ryan, ed è il solido personaggio creato dalla prolifica e fluviale penna di Clancy – che ne ha fatto il protagonista di molti suoi titoli – in una vicenda sorretta da una notevole immaginazione e guidata da una profonda competenza politica, militare (incredibili e vivide le descrizioni delle battaglie nel deserto, nelle pagine finali), medica, e altro ancora, com’è tipico di questo autore.
Il volumone è appassionante, soprattutto se si pensa che tutto questo materiale è stato messo insieme in un affresco assai verosimile – e purtroppo, per molti versi, avverato – nel 1996, anno del Copyright originale.
I molteplici filoni che si intrecciano stanno in equilibrio fra loro. E le pagine sugli atroci esperimenti segreti condotti in Africa per utilizzare il micidiale virus hanno un loro contrappeso nella confortevole – seppure ipervigilata – vita familiare di Ryan all’interno della Casa Bianca, con moglie e figli, la più piccola che gattona nello studio ovale, in un quadretto molto kennediano. Anche in questa piccola cerchia, tuttavia, si corrono grandi rischi, a causa di un addetto alla protezione della first family che in realtà – musulmano e kamikaze dormiente – ha l’incarico di uccidere il presidente. Per non parlare del tentativo di rapimento della più piccola, mentre si trova all’asilo.
Nonostante l’America sia sotto attacco su molti fronti, Ryan, ex addetto alla sicurezza nazionale, nominato vice in extremis dal presidente deceduto incopj170 modo tanto cruento, è sulle prime un capo comunque riluttante. Il vero filo conduttore del romanzo, fra un’infinità di personaggi tutti utilissimi per arricchire il plot e scenari apocalittici, è la maturazione del protagonista da agente segreto e uomo d’azione (peraltro, ovviamente, un eroe) a responsabile di una comunità, un intero paese, che difende i valori della patria.
Il finale della grandiosa avventura politica raccontata è più che spettacolare e letterariamente brillante. Come è stato sottolineato in un acuto e spiritoso commento che ho trovato on line, la lettura di questo thriller è però sconsigliata a chi detesta gli Usa. Clancy (morto nell’ottobre 2013, celebre per La Grande fuga dell’Ottobre rosso, Rizzoli) è un vero patriota, e il suo presidente Ryan l’artefice del definitivo trionfo della libertà e della democrazia sul fanatismo e sulla barbarie.
God bless America.

Genere: romanzo-fantapolitica
Trama: **** Stile: ***
Refusi trovati: otto

 

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Morrissey, AUTOBIOGRAPHY, Penguin Classics, 460 pagine.

autobiography_artwork_01Morrissey torna con un nuovo album di canzoni, Morrissey provoca con una t-shirt che recita “siate gentili con gli animali o vi ucciderò”, Morrissey rivela di essere malato di cancro, ma di voler portare a termine un romanzo e fare i concerti già programmati. A quello di Roma, il 13 ottobre 2014 al Club Atlantico, un cartello vietava di introdurre spuntini o hamburger di carne o pesce. Radicale.
Tutte le provocazioni proposte dall’artista, classe 1959, nel giro dell’ultimo anno o poco più, appaiono mirate ed efficaci. Efficace, come minimo, è anche la sua ampia autobiografia pubblicata, fra polemiche, nella più illustre collana (Classics) dell’illustrissima casa editrice britannica Penguin, nel 2013.
Eppure devo dire che da un cantante rock contemporaneo non ci si aspetterebbe una scrittura tanto buona, un vocabolario tanto ricco e, appunto, classico, e un controllo della pagina e del ritmo al punto da consentirgli un flusso di coscienza non interrotto da capitoli né da titoli, in un testo assai corposo.
Più che riassumere, preferisco associare le sue pagine più belle ad atmosfere e racconti di altri grandi autori inglesi. Tutta la parte iniziale, per esempio, dalla sua nascita agli anni dell’infanzia e la vita familiare, in un quartiere povero di Manchester, riecheggia i Dubliners di James Joyce, per il modo di comunicare quel senso di intimità e calore che circonda i piccoli, anche nel freddo e nelle privazioni. Quando ha otto anni, il padre lo porta allo stadio a vedere una partita in cui gioca George Best. Per l’emozione, il brusio dei tifosi, la folla, il sole, Morrissey sviene, il padre lo prende in braccio e si fa largo tra la folla per portarlo fuori, e il figlio si sente mortificato per avergli fatto perdere il resto dell’incontro.
Il racconto degli anni della scuola, tra insegnanti maneschi, povere creature spaventate, mal vestite, gracili e affamate, in una città buia, dalle case fatiscenti, non può non ricordare Dickens. Il senso di cupa, claustrofobica disperazione, le domande sul suo destino, il bisogno di evadere cominciano a insinuarsi nella mente della futura rock star.
È lunga e dettagliata la descrizione dei programmi tv e della musica che ascoltava da bambino – programmi che non si conoscono in Italia, oppure sì, come Top of the Pops – e artisti fra cui la nostra Rita Pavone ma, soprattutto, i New York Dolls. E d’improvviso, ecco la rivelazione, la sua voce che si dispiega nel canto, toccante scoperta raccontata come un’epifania.
Comincia una nuova vita di viaggi, grandi esperienze e delusioni. E tutti i fan conoscono il tormentato rapporto con Johnny Marr, all’inizio della formazione degli Smiths (1982-1987), che sfocia in un infinito processo per questioni di soldi, su cui M. si dilunga per molte pagine, a voler testardamente sostenere le sue ragioni; una vicenda comunque sconcertante in cui lui si descrive e appare come un povero sprovveduto.
Andando avanti, oltre alla nascita delle sue canzoni, e all’attività di concerti e tour, c’è spazio per la sua pratica vegetariana, radicale e senza sconti per nessuno, una fede per la quale si batte e discrimina amicizie e contatti personali.
Belle pagine sono dedicate alla storia d’amore con un uomo (pagine, a quanto so, censurate nell’edizione – sempre Penguin – destinata al mercato Usa!), ma anche all’emozione che prova all’idea di poter avere un figlio quando è conquistato, affascinato da una donna.
imagesLascio ai Morrissey addicted il giudizio sullo spazio dato dall’autore al suo percorso artistico. Io sono rimasta incantata dalle righe dedicate a una gita in macchina nella brughiera, con alcuni amici, il 6 gennaio 1989 (da pag. 229). Lì Morrissey si confronta col mistero della natura, la forza del vento, i suoni che nella notte si fanno più inquietanti, la nebbia impenetrabile. Persa e sopraffatta dalle tenebre, la piccola comitiva incontra forse un fantasma, un giovinetto lacero che si avvicina all’auto e lascia addosso a ognuno di loro una sensazione di orrore, pietà e di gelo. Troppo banale la citazione di Cime tempestose? Personalmente, questo è il passaggio che ho amato di più: circa 10 pagine, un episodio a se stante con il quale Morrissey cerca un respiro diverso, una pausa, nella frenesia – e nel racconto della frenesia – dello star system. E non è per niente chiaro se questo libro, certamente sincero, dica poi fino in fondo qual è l’intimità umana di questo complesso personaggio, secondo me fuori dal tempo. Una sensazione che si rafforza giunti alla fine del volume, nonostante la sua voce, graffiante e corposa, sia ancora perfetta per denunciare le follie di questi tempi.

Genere: autobiografia
Voto: ****
Refusi trovati: –

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