Herman Melville, BENITO CERENO, Feltrinelli, 119 pagine

Solo una semplice segnalazione – non serve altro – per questo capolavoro dell’autore di Moby Dick, splendidamente presentato da Roberto Mussapi, poeta e saggista, che l’ha anche tradotto (la precedente versione in italiano era di Cesare Pavese).
È un libro imperdibile, storia di mare con venature noir, e una sublime capacità di governare il carattere ambiguo di ogni personaggio, la cui doppiezza mi ha fatto pensare a Stevenson.
Anche il capitano Amasa Delano – che nel 1799 getta l’ancora nel porto di un’isoletta desertica sulla costa sud del Cile – con i suoi timori che continuamente sfociano in sollievo, risulta, fino alla fine, un personaggio inafferrabile. Meno, certo, del fragile e allucinato Benito Cereno, capitano di un vascello in balia della bonaccia, e spesso preda di febbri, mancamenti, tremori forse equivoci. La nave – San Dominik – in uno stato di abbandono desolante, solo alla fine si rivela il candido sudario di una vittima illustre. Candido, e popolato di neri, uomini di fatica e anche donne e bambini.
Il Calibano della situazione (Mussapi sottolinea come Melville viva “sotto il demone di Shakespeare”) è un servizievole valletto nero di nome Babo, dall’indecifrabile atteggiamento nei confronti del suo capitano.
Prima che si giunga all’esplicita verità, il tetro procedere della storia è a tratti illuminato da momenti di fuggevole sollievo: una bava di vento, l’arrivo della scialuppa coi marinai di Delano, le provviste.
In balia di una natura matrigna nella sua immobilità, ai personaggi viene lasciato, sadicamente, un certo margine di manovra, o libertà di scelta. Possono scegliere se essere amici, se fidarsi, se uccidersi, o lasciarsi morire.
L’autore è grandioso nel segnalarci – ma solo e semplicemente raccontando – che in ogni momento un minimo gesto può precipitare i protagonisti nella tragedia, o salvarli.
Sul finale non vanno forniti indizi per quanto, una volta arrivati (d’un fiato) alla conclusione, tutto diventa logico, ovvio, e pacificante.
La scrittura di Melville è solida quanto ricca di incredibili sfumature, si fa thriller e subito dopo poesia. Pur non avendo letto la traduzione di Cesare Pavese, devo dire che sono entusiasta del lavoro di Mussapi, del suo impegno profondo.

Genere: racconto sublime
Trama: **** Stile: *****
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Tomaso Montanari, PRIVATI DEL PATRIMONIO, Einaudi, 168 pagine

Divenuto volto televisivo popolare o quasi, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – paladino del NO in molte trasmissioni e dibattiti -, da un numero, forse minore, di spettatori Tomaso Montanari è stato molto apprezzato nei mesi passati per le serie da lui curate e presentate, trasmesse su Rai5, dedicate una a Caravaggio, una a Bernini.

 

 

 

 

 

 

 

Il professore – una cattedra di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, la presidenza di Libertà e Giustizia – è un divulgatore instancabile e appassionato, anche sulle pagine di Repubblica, sia di temi politici a cominciare dalla difesa della Costituzione, sia del destino che tocca al nostro sterminato patrimonio culturale.
Privati del patrimonio, del 2015, sembra l’amarissimo prosieguo di Le Pietre e il Popolo-Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, uscito nel 2013 per minimum fax. Forse perchè nel biennio che separa i due testi la condizione dei beni artistici secondo l’autore non è certo migliorata, il titolo più recente è un’impietosa denuncia con prove circostanziate a raffica.
Montanari è personaggio di rara schiettezza, è colui che ha sollevato lo scandalo della biblioteca napoletana dei Girolamini, saccheggiata dei suoi preziosissimi volumi da parte del direttore Marino Massimo De Caro, intimo di Marcello Dell’Utri (leggere da pag. 46 il testo del 2013), scrive con tono da polemista colto, al vetriolo quanto elegante (vedi, sempre nel testo edito da minimum fax, le pagine dedicate alla sconcertante ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo, a Firenze, voluta da Matteo Renzi, allora sindaco).
Privati del patrimonio si scaglia invece soprattutto contro la privatizzazione, la mercificazione dei beni artistici italiani, spesso subdola, e spacciata per mecenatismo. Esempi: una gipsoteca del Canova come set fotografico per calze e reggiseni di Intimissimi; la festa della Ferrari che privatizza Ponte Vecchio; il ritorno che Diego Della Valle ottiene per il restauro del Colosseo, talmente esagerato che lo stesso patron di Tod’s non se ne avvarrà fino in fondo.
Come l’autore sottolinea, l’invadenza dei privati è permessa da una precisa linea politica seguace della “religione del mercato”. Una linea che in Italia, con sommo provincialismo, ha ribaltato le logiche vigenti anche in paesi molto più “mercantili” del nostro: “mentre negli Stati Uniti si brucia denaro per creare cultura, … l’idea italiana è quella di bruciare cultura per creare denaro”.
Così il j’accuse del professor Montanari smaschera i nuovi mecenati che sono nuovi padroni, quindi espropriandoci tutti di ciò che è pubblico, nostro. Ma questa invadenza è possibile perché lo Stato arretra: l’encomiabile attività del Fai o di Italia Nostra, per esempio, rende eclatante l’irrimediabile assenza delle istituzioni. E il tradimento dell’articolo 9 della nostra Costituzione.
Prima che il lettore soccomba disperato, Montanari tra tanto spreco e scempio (basta far viaggiare il nostro patrimonio; portiamo invece i visitatori dove queste bellezze artistiche si trovano!) propone qualche buon suggerimento. Vuole un Telethon per il patrimonio culturale, il crowdfunding, musei statali gratis, e veri benefattori. È un fatto di libertà, di giustizia e di uguaglianza che ci riguarda tutti, ad uno ad uno. “Una società” conclude Montanari “in cui si riducano gli spazi pubblici dove tutti siamo uguali … è una società condannata a divenire meno libera, più ingiusta, ancora più insanabilmente diseguale”.

Genere: saggio
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Maurizio Bruni, LA VILLA DEI COCCODRILLI, Viola Editrice, 190 pagine

Gabriella Ventavoli Privitera, L’uomo dal cappello, acrilico su tavola

Un’orrenda combriccola di pedofili, serviti da spregiudicati portaborse fra Milano e il mondo politico della Capitale, è inseguita, e in parte stanata, dalle forze dell’ordine – la Polizia postale – e da un volenteroso giovane chirurgo, Sergio Mandelli, eroe per caso in questa impari lotta.
È lui il protagonista di questo primo noir di Maurizio Bruni, medico milanese impegnato per una vita come medico di base e come medico-legale, a contatto diretto anche con la più scabrosa realtà criminale a danno dei bambini.
Ciò detto, bisogna senz’altro lodare la misura, diciamo pure la “leggerezza” con cui la trama, ricca e a volte rocambolesca, è sviluppata.
Se il tema centrale è molto forte, è però sempre toccato con misura, per lasciare spazio, invece, ai toni più tradizionali e godibili dell’avventura poliziesca, con un giusto mix di crimini, fughe e nascondigli, sospetti e sospettati, dark lady e altre figure femminili positive e rasserenanti. Elisa Lonati, per intuito e intelligenza, si fida di Sergio e l’aiuta, nonostante lo conosca da poco e lo incontri nuovamente in condizioni difficili da comprendere, ferito e maleodorante, perché vittima di un’azione criminale.
L’autore è padrone del chiaroscuro stilistico che fa parte del canone poliziesco. Con pochi tratti, pochi dialoghi, senza rendere esplicito l’oggetto perverso dei loro incontri nella Villa dei coccodrilli, i pedofili risultano subito odiosi, appena aprono bocca; i poliziotti dell’operazione FOX si danno da fare con spirito di sacrificio e volontà (e che dispiacere per la morte di Antonio Virzì, agente della Polizia postale infiltrato, ma scoperto e ucciso!); i politici hanno spesso il linguaggio ambiguo e la doppiezza che li rende tanto impopolari … anche nella realtà …
Sergio ed Elisa, attratti l’uno dall’altro anche per l’onestà morale che li accomuna, non hanno dubbi nel voler incastrare i criminali, anche correndo notevoli rischi. I quali toccano il culmine nell’adrenalinico inseguimento in auto sui tornanti tra Valtellina e Valchiavenna. Certo, una Clio verde non è proprio l’auto di James Bond ma, physique du rôle a parte, la scena è davvero accattivante, ed è quella che porta verso un lieto fine “temperato”, cioè senza un’illusoria e inverosimile soluzione definitiva.
Tutta la vicenda, inoltre, è vivacizzata anche dalla descrizione dei luoghi, Milano e i suoi dintorni, dalla Brianza alle valli prealpine, questa mezza montagna amabilissima proprio per la sua dimensione sottotono. Questo panorama di monti manzoniani, allettante nella sua radicale diversità dalla Sicilia smagliante del commissario Montalbano, per esempio, cui accenno perché citato nell’elegante introduzione al romanzo di Giovanni Puglisi, già Magnifico Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM.
Maurizio Bruni si definisce un forte lettore di gialli e polizieschi (Scerbanenco, Asimov, Clancy) ma, chissà, a me questo libro ha ricordato Gadda (il Gadda lombardo, più di quello – poliziesco – del Pasticciaccio, ambientato a Roma), forse per certe atmosfere smorzate.
Il romanzo è dedicato a Maria Benigno, la signora Bruni, e alla sua associazione Bambini Ancora Onlus, e a tutte le persone impegnate nella tutela dei bambini.
Anche la limpida prosa del dottor Bruni, che risolve con equilibrio questo non facile argomento, può contribuire a non dimenticare.

Genere: noir
Trama: *** Stile: ***
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Ernest Tidyman, SHAFT – Un detective nero sulle strade di New York, BigSur

John Shaft è un detective privato, le cui principali caratteristiche sono quelle del titolo qui sopra. E questa è la prima avventura di sette che lo hanno per protagonista, uscite fra il 1970 e il 1975 negli Stati Uniti. L’autore (1928-1984) nel 1972 vinse l’Oscar per la sceneggiatura di Il braccio violento della legge, film mitico dalle atmosfere asciutte e dalla freddezza documentaristica assai godibile, come il veloce stile di questo romanzo (e anche del secondo capitolo della saga, letto di seguito, Shaft tra gli ebrei), diventato a sua volta un film.
Il ragazzotto ha la stazza di un gorilla, più o meno, ma questo, spesso e volentieri, non gli impedisce di prenderle di santa ragione dai gangster ai quali intralcia gli affari.
Ovviamente conduce una vita sgangherata, mangia disordinato, ha intense avventure con belle figliole più o meno innamorate di lui, un amico poliziotto, e altre conoscenze in molteplici strati della società.
In questo primo titolo, una sorta di Padrino rivela un cuore tenero nei confronti della figlia, fuggita di casa, vittima di eroina e di cattive compagnie (!), e Shaft ha l’incarico di riportarla all’ovile (a fronte di un sacco di bigliettoni verdi); ma il tentativo di liberarla, sottrarla al giro della droga, si complica per la sfortunata coincidenza con una spietata guerra razziale.
Il detective ha filo da torcere, e quando le cose stanno per mettersi bene c’è sempre qualche scazzottata, o peggio, in cui non figura proprio come un eroe; però ha un cervello che ragiona con finezza, e sa quando è in serio pericolo. È un saggio, in qualche modo, e per questo si salva.
In tutte queste pagine di azione trafelata, comunque, a volte il ritmo rallenta, non mancano pause poetiche e, più che in altri titoli, qui è la città di New York (le sue strade) a sostenere il ruolo di coro, solenne e consolante.
“Atterrò e schizzò via in un lampo. Adesso nessuno poteva più prenderlo. Nessuno poteva fargli del male. Era nel suo elemento. Quelle strade buie erano il suo mondo. Dallo stomaco un eccitante senso di potere gli si irradiava in tutto il corpo. (…) Avrebbero trovato il vicolo, l’androne, il nascondiglio, nel momento in cui ne avrebbero avuto bisogno. In una stanza di Harlem potevano restare intrappolati, ma per la strada no. Era quella la loro vera casa.”
(…)
“Camminava in fretta, e in pochi secondi a passo di marcia fu sull’Ottava Avenue. Girò trotterellando intorno all’edicola e attraversò l’Ottava in diagonale nel punto in cui la Dodicesima strada sbuca da Abingdon Square, un triangolino insignificante che nessuno ricorda e nessuno usa. Ormai correva quando svoltò in Bleeker Street, lasciando l’Ottava all’altezza di Bank Street, e si immerse nel ventre molle delle botteghe antiquarie del Village.
“Le piccole raccolte di cianfrusaglie e di polvere scintillavano sotto la fragile codardia delle luci notturne. Gli androni erano bui e taciturni, ancor più vuoti delle speranze che ci vivevano dietro.”
Corri, Shaft, corri.

Genere: poliziesco
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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Albert Cossery, I FANNULLONI NELLA VALLE FERTILE, Einaudi, 185 pagine

UnknownConsiderati la sua vita e il pregio letterario delle opere, entrambi eccentrici e originali, mi pare finora troppo poco noto – in Italia – questo scrittore egiziano (il Cairo 1913-Parigi 2008), per fortuna presentato con una bellissima introduzione a tutto tondo nelle prime pagine di questo singolare, accattivante testo (il suo secondo titolo, del 1948, e il primo scritto a Parigi). E, in questo caso, vale davvero la pena di concentrarsi sull’ottima presentazione di Giuseppe A. Samonà prima di dedicarsi all’indolente ritmo del breve, elegante romanzo.
Cossery, egiziano di nascita, si trasferì a Parigi nel 1945; visse in hotel fino alla morte; scrisse racconti e sette brevi romanzi: tutti in francese, ma tutti ambientati in Egitto.
La sua poetica è unica, e discende direttamente dalla sua filosofia di vita: vita libera dal lavoro, vita da dandy o flâneur, che sorseggia una bevanda osservando il passeggio altrui seduto al tavolino di un bistrot, vestito con cura impeccabile, prima o dopo l’immancabile siesta pomeridiana.
Cossery_Albert_Scoperto da Henry Miller, Cossery scandiva le sue giornate in piccoli locali popolari o ai Jardins du Luxembourg dove contemplava e studiava la più varia umanità, seducente con le donne, e le molte amanti, amichevole con la cerchia di intellettuali che frequentava, Albert Camus, Lawrence Durrell, Raymond Queneau, Alberto Giacometti, Juliette Greco. Ma questo ambiente francese non trapela mai nei suoi scritti.
I fannulloni, per esempio, sono possidenti delle campagne egiziane intorno al Cairo, strenui militanti dell’ozio totale: accuditi da qualche donna o servetta, trascorrono le giornate a letto, in un perenne stato soporifero praticato con tenace scrupolo. E a cui tutto è sacrificato: anche l’amore, il matrimonio, la salute. Dunque è sovversivo, scandaloso, il desiderio di Serag, il figlio più giovane, di voler conoscere il lavoro; ed è abilissimo, anche dal punto di vista della scrittura, il modo in cui il padre Hafez, e i fratelli Rafik e Galal (quest’ultimo che dorme da 7 anni: cifra biblica), provano a dissuaderlo, a sabotare le sue intenzioni, pur senza far nulla, senza tradire il dio sonno, il dio ozio.
Eppure non si può dire che non ci sia azione in questa storia: affarucci con uno “scugnizzo”, Antar, che vuol guidare in città Serag; maneggi della mezzana Haga Zora, a scopo matrimonio del vecchio Hafez; il ricordo della passione di Rafik per Imtissal, prostituta da lui sempre amata; e molto altro in effetti. Tutto però è vanificato, inconcludente, annullato di fronte a quel “far niente come valore supremo” che avviluppa anche il lettore e lo seduce. Sullo sfondo di un Egitto profumato e notturno che commuove.
Naturalmente il dettato “nichilista” di Cossery si amplia. C’è un risvolto di classe: Rafik, che ha lavorato in fabbrica, dice al fratello che “quando un uomo ti parla di progresso, sappi che vuole asservirti”. E l’introduzione di Samonà aiuta a ritrovare in Cossery i temi di Thoreau, Samuel Johnson, Stevenson, fino al sublime “preferirei di no”, “preferirei non” dello scrivano Bartleby di Melville, e oltre ancora.
Ma senza andare troppo lontano, è già tutta qui, in queste pagine semplici e indimenticabili, la ricerca più profonda di un’assoluta, individuale libertà.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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Paul Beatty, LO SCHIAVISTA, Fazi Editore, 370 pagine

Scorretto, scorrettissimo, ma tanto ricco, originale e meravigliosamente scritto da meritare il Man Booker Prize 2016, con cui l’autore è diventato “il primo americano nella storia a vincere il più importante riconoscimento letterario per la narrativa inglese”.
Paul-BeattyBonbon, cresciuto a Dickens, sobborgo nero di Los Angeles, vittima di un padre-scienziato che lo usa come cavia per improbabili esperimenti sulla razza, dopo la morte del genitore (ucciso dalla polizia in una sparatoria) si ritrova solo, povero, emarginato, e sempre più ferito nell’orgoglio a mano a mano che il ghetto in cui vive viene “sbiancato” da una inarrestabile gentrification.
Questa serie di eventi traumatici – uniti al rapporto di pseudo-amicizia con lo sballato Hominy (uno degli interpreti della serie di culto Simpatiche canaglie): nero e portatore di un umiliante, radicale complesso d’inferiorità nei confronti dei bianchi (ma anche di Bonbon stesso) – spinge il protagonista a tentare il riscatto della comunità black nel suo villaggio, sposando i veri valori identitari della gente di colore – secondo una logica rigorosa e al tempo stesso farneticante – cioè reintroducendo la schiavitù, la segregazione razziale.
Questa trama, già di per sè spiazzante e folle, si sviluppa in ulteriori rivoli altrettanto sconcertanti.
C’è un rapporto d’amore con una certa Marpessa, sconclusionato anch’esso, anche se non privo di tocchi romantici, e l’impegno a rendere produttiva la fattoria di famiglia, tra coltivazioni di angurie quadrate, dopo aver preso una laurea breve in Agraria. “Anche se è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”
Il romanzo procede al ritmo libero di un flusso di coscienza … nero, tra riferimenti a Rosa Parks e alla faccenda dei posti in autobus (ma “Hominy Jenkins non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus a un bianco”), e l’ambizioso progetto politico della risegregazione. Che lo porterà di fronte alla Corte Suprema.
La scrittura è brillante, densa, trascinante; concetti, divagazioni, ammiccamenti culturali si rincorrono senza tregua.
“E in dieci anni, nel corso di innumerevoli crudeltà e insulti inflitti dalla California ai neri, ai poveri, alle gente di colore, come l’ottavo emendamento e la proposta di legge 187, la scomparsa delle Stato sociale, Crash di David Cronenberg e la boria pietista di Dave Eggers, non avevo pronunciato una sola parola.”
Nonostante la battuta, lo stile di Beatty mi ha invece in qualche modo ricordato, fin dalle prime pagine, il Dave Eggers dell’Opera struggente di un formidabile genio.
Ma, a parte la mia piccola soggettiva sensazione, questo autore ha una personalità stilistica unica e di primissima qualità, acutamente intrisa di ironia e sarcasmo.
Spinti da nobilissime intenzioni, poiché “gli ospedali non hanno più l’arcobaleno delle strisce direzionali”, Bonbon e Hominy ridipingono quelle del pronto soccorso del Killer King, e per l’autore è fondamentale spiegare che “anche se contiene una sfumatura d’azzurro fiordaliso, il Pantone 426 C è un colore strano, misterioso. L’ho scelto perché può sembrare nero o marrone a seconda della luce, dell’altezza dell’osservatore e del suo umore”.
Beatty, alla fine, sembra dire che ai bianchi non è dato capire proprio tutto tutto di questa mirabile lettura.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
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Stefano Massini, QUALCOSA SUI LEHMAN, Mondadori, 773 pagine.

Il sontuoso romanzo/ballata, storia vera della famiglia di ebrei tedeschi Lehman – quella del fragoroso crollo finanziario da 630 miliardi di dollari nel 2008 – inizia a metà Ottocento nella località di Rimpar, Baviera, da dove i tre fratelli Henry, Emanuel e Mayer, salutato il padre Abramo, emigrano verso gli Stati Uniti, prima tappa Montgomery, Alabama.

L'autore Stefano Massini con il regista Luca Ronconi

L’autore Stefano Massini con il regista Luca Ronconi

Lehman Trilogy, ultimo lavoro teatrale messo in scena da Luca Ronconi per il Piccolo di Milano, viene da questo libro straordinario (a lui dedicato), reso in modo mirabile, e con grande successo di pubblico e critica (è tradotto in 15 lingue), dal regista che morì, mentre la rappresentazione era in scena, nel febbraio 2015.
Spettacolo di culto, e libro di culto: grazie a una scelta stilistica che carica la vicenda di una forza biblica potente, dalla prima all’ultima pagina, unita a un tono – da ballata, appunto – di miracolosa leggerezza.
Questa stupefacente mescolanza di solennità archetipica e cadenza da racconto orale è una soluzione di estrema efficacia per narrare la parabola di un’ascesa economica e finanziaria emblematica, cruda e vertiginosa, dalla botteguccia in provincia di stoffe, grembiuli, cravatte all’immateriale finanza di Wall Street.
“Sulla destra, in basso e dentro il bancone / stoffe arrotolate / stoffe grezze / stoffe avvolte / stoffe ripiegate / tessuti / panni / pezze / lana / juta / canapa / cotone. / Cotone. / Soprattutto cotone / qui / in questa strada tutta sole di Montgomery, Alabama /dove tutto – si sa – sta in piedi / si regge / sul cotone. / Cotone / cotone / di ogni genere e qualità: / il seersucker / il chintz / il tela bandiera / il beaverteen / il doeskin che assomiglia al daino / e per finire / il cosiddetto denim“, il blu di Genova (blue-jeans, come viene storpiato in inglese), che è il migliore di tutti. “Baruch HaShem! per il cotone blue-jeans degli italiani.” Grazie a Dio!

Gli attori che hanno portata teatro Lehman Trilogy

Gli attori che hanno portato sulle scene dal 2015 Lehman Trilogy

Importante elemento del racconto è la dimensione patriarcale, familiare: il rapporto epistolare dei tre fratelli col padre, figura autorevole e rispettata, lì in Baviera; il trascorrere degli anni – con i matrimoni, i lutti e le nascite – e delle generazioni: i figli, e i figli dei figli.
I momenti di innamoramento, le serate al pianoforte, gli studi, le discussioni, le differenze tra fratelli, cugini, cognate. Su questi temi, molte delle pagine più divertenti, soprattutto quelle che illustrano i criteri scientifici di selezione delle potenziali fidanzate/mogli e gli sbrigativi metodi di corteggiamento dei Lehman.

Questa storia esemplare, di una famelica quanto arida spregiudicatezza materiale, economica, finanziaria risulta coinvolgente perché tutta attraversata da un’incredibile energia vitale. La ricerca di “una vita migliore”, lo smisurato orgoglio per quell’insegna    H. LEHMAN, che diventa H. LEHMAN STOFFE E ABITI, poi LEHMAN BROTHERS, poi, a New York, LEHMAN BROTHERS COTTON, FROM MONTGOMERY ALABAMA … e così via, fino alla LEHMAN BROTHERS BANK, è contagioso.
Sotto l’insegna della botteguccia di stoffe, un giorno Henry Lehman fa affiggere un altro cartello: “PREZZI RIBASSATI ALLA CLIENTELA SCELTA / e in tutti gli Stati del Sud / fu forse la prima volta / che un negozio si inventò quest’esca.” E “ne uscì in attivo guadagnando il doppio”.

Gli affari evolvono, è ora di sposarsi, bisogna presentarsi al padre di Babette: “- Visto che vi presentate / gradirei conoscere / ragazzo / cosa fate esattamente in quel vostro negozio. – / – Un tempo ci vendevamo stoffe / Mister Newgass / adesso non più. – / … / – Se non vendete più, a che vi serve un negozio? – / – Ma perché / vendere, vendiamo ancora / Mister Newgass. – / – Vendete cosa? – / – Vendiamo cotone / Mister Newgass. – / – E il cotone non è stoffa? / – Quando noi lo vendiamo … non lo è ancora/ Mister Newgass. – / – E se non è stoffa chi ve lo compra? – / – Chi lo farà diventare stoffa / Mister Newgass. / Noi stiamo nel mezzo, ecco. /Stiamo proprio nel mezzo / Mister Newgass. – / – Che razza di mestiere è / stare nel mezzo? – /- Un mestiere che non esiste ancora / Mister Newgass: / lo cominciamo noi. – / …/ siamo … mediatori, ecco, sì. -“

imagesDalla tela di jeans a mediatori del cotone; ma in breve i Lehman fiutano nuovi affari e si gettano nel commercio dello zucchero, aprono una filiale a New York, dove Emanuel fonda la Borsa del cotone, superano la crisi dovuta alla guerra di secessione; dopo il caffè e lo zucchero, sempre prodotti di qualità imbattibile, first choice, è first choice anche il carbone, e ancora il petrolio, l’oro, il gas, il business dei cataloghi postali, per le famiglie sperdute nei ranch, “lontane mille miglia / dal primo classico negozio: / vogliamo che non comprino mai niente?”.
I visionari fratelli faticano a farsi comprendere da affaristi di vecchio stampo. Loro erano o no nel ramo del carbone? Sì, certo, anche, ma “Lehman Brothers adesso era una banca.” “Una banca, certo! / Una banca che però … è pur sempre nel ramo del carbone” / … / “Una banca non è in nessun ramo, Mister Spencer: / semmai sono i rami che stanno in una banca.”

Tutta questa famelica voglia di ricchezza ha poi come obiettivo ultimo – così sembra, con effetto straniante – solo il progredire nella fila assegnata alla famiglia nella sinagoga. “Sì. / Nel grande Tempio di New York / la famiglia Lehman ha i suoi posti: / sono incisi / sulla ventunesima panca.” In prima fila, per adesso, ci sono i Lewishon, che controllano il mercato dell’oro; poi i Goldman e, in terza fila, gli Hirschbaum. Per adesso.
Il senso degli affari, e la fortuna, consentono ai Lehman di finanziare il Canale di Panama, e non il transatlantico Titanic. Tutto è sotto controllo alla Borsa valori, e sempre con questo meraviglioso stile, tra ballata e filastrocca, Massini spiega il gioco delle azioni, il crack finanziario, la nascita dell’indice Dow-Jones che fanno la storia della finanza, e quella dei Lehman.
Poi arriva il crollo del ’29, giovedì 24 ottobre, e gli agenti di borsa che si suicidano. Goldman Sachs perde 30 milioni, poi 40, poi 50. Anche i Lehman perdono tanto, eppure resistono.
E via verso nuovi traguardi – mentre si investe nella Pan Am, si finanzia la Nasa, si produce il film King Kong che “ha incassato milioni”, si aprono FONDI PENSIONE LEHMAN BROTHERS … COMPAGNIE D’ASSICURAZIONE LEHMAN BROTHERS … Fino al punto di rottura: il momento in cui in banca entra “gente estranea” … “il greco e l’ungherese”, prima, molto prima, del 2008. Storia recente, ferita mai più rimarginata. La vera fine di una dinastia.

978880622450GRAChi ha goduto del brillante spettacolo teatrale, ritroverà la stessa limpida energia in questo fluviale, irrinunciabile romanzo. Stesso soggetto per due capolavori.
Stefano Massini nel 2016 ha pubblicato per Il Mulino un interessante saggio intitolato Lavoro (131 pagine) e, nel 2015, per Einaudi, 7 minuti – Consiglio di fabbrica, già dato a teatro nel 2014, poi anche un film, che ho letto entrambi come preziosi corollari di Qualcosa sui Lehman.

Genere: romanzo (storico)
Trama: ***** Stile: *****
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Luiz E. Soares, RIO DE JANEIRO – La furia e la danza, Feltrinelli, 230 pagine

Cose che bisogna sapere di Rio, e (per sommi capi) del Brasile, per farsi un’idea del contesto in cui si svolgono questi Giochi olimpici 2016. Per alcuni, una lettura necessaria che permette poi di godersi le gare senza eccessivi sensi di colpa.
D’altronde, la stessa cerimonia d’apertura, bellissima nella sua estrema semplicità, ha evocato problemi climatici, le favelas, le bande di strada, il parcour, e invocato una svolta green per il pianeta, la salvaguardia della foresta amazzonica, un freno al surriscaldamento.
Sui temi più politici, è un buon libro questo di Soares, scrittore e amministratore pubblico negli anni di Lula, conoscitore quindi dall’interno della corrotta burocrazia statale, militante della sinistra storica di quel Paese, osservatore di episodi cruenti negli anni della dittatura, testimone della vita nelle favelas, come delle rocambolesche fughe di boss grandi e piccoli del narcotraffico latino, da un continente all’altro.
Sulla stampa internazionale fanno notizia i soprusi della polizia Usa a danno dei neri, ma nelle strade di Rio – dove le forze dell’ordine e paramilitari girano con un kit per fabbricare prove false – è molto peggio. È normale routine trasformare vere e proprie esecuzioni da parte di poliziotti in suicidi che nessuno smonta. Le vittime, sempre poveri e spesso neri. Nel decennio 2003-2014 sono stati uccise 10.699 persone “in azioni di polizia nello stato di Rio de Janeiro. Il sistema giudiziario è impregnato di razzismo”.
La corruzione della macchina amministrativa, anche con ricatti, minacce di morte, attentati, è capillare. Ogni tentativo di riportare la legalità, rischioso per la propria incolumità. Le Ong ostacolate; in alcune situazioni i medici lavorano con il giubbotto antiproiettile.
Fra ricordi personali, familiari, e vicende politiche, questo saggio ha una sua completezza. Gli anni della dittatura, la fuga dalla metropoli con la famiglia, la prima volta al Maracanà, da bambino, le prigioni e le camere di tortura, la fine di molti, il coraggio o il riscatto di alcuni.
Una vera bolgia infernale, che fa a pugni con i paesaggi incantevoli, paradisiaci, mostrati per esempio durante le gare ciclistiche di questi giorni. E con la bellezza degli impianti, dove tutto, per ora, sembra funzionare bene (dopo che era stato preannunciato il fallimento).
Il Brasile, come è stato ricordato dai commentatori durante la cerimonia inaugurale, ha tali e tante risorse da poter superare qualunque crisi. I problemi, giganteschi, sono la politica corrotta, le crisi presidenziali (Lula, Rousseff), e forse le ingerenze Usa che hanno spesso condizionato in modo sotterraneo o traumatico i destini dell’America Latina.

Genere: saggio

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Rosa Matteucci, COSTELLAZIONE FAMILIARE, Adelphi, 167 pagine

220px-Rosa_MatteucciLa scrittura di Rosa Matteucci, vivida, cristallina, classica, aulica, vernacolare, magistrale insomma, le consente le più spericolate incursioni nel mondo degli affetti, i più profondi e strazianti: qui espone il contraddittorio amore per la madre, accompagnata nella malattia, fino alla morte e oltre, quando il dialogo ormai solo interiore può diventare di cruda sincerità.
Amo particolarmente questa autrice, la sua lingua funambolica, di immagini concrete e aggettivi desueti, un mix che lei dosa accentuando di volta in volta il sapore dolce o salato, amaro o aspro, con effetto a volte commovente a volte comico ma, come ben si percepisce, è sempre lei a decidere come dosare gli ingredienti, strega esperta fra mille alambicchi.
Tra madre e figlia c’è un rapporto che si trascina, quasi morboso legame vittima-carnefice, scandito dall’obbligo di portare fuori Leporì, perché “il cane si annoia”! Poi la madre si ammala gravemente, necessita di ogni accudimento, e allora occuparsi del cane diventa un lieve diversivo. Pellegrinaggio di trasferte fra ospedali, case di cura, piccole fughe lontano dai problemi, ritorni a casa: ci si trascina fra Umbria, Trieste, Genova, treni interregionali, dimore gelate, il funerale, l’addio a Leporì.
Il lessico familiare della scrittrice si arricchisce di nuove variazioni (un altro libro parlava della madre, uno del padre, scommettitore compulsivo amatissimo), ma non ci si stanca mai di ammirarne lo spettro. Amplissimo, a partire dal catalogo di mali, ulcerazioni e putrefazione della carne (vedi quel gioiello che è Lourdes) fino all’astrattezza filosofica più concettuale.
“Nel gennaio del 1996, dunque, mio padre fu incluso a pieno titolo nelle statistiche dell’Ania, dell’Aiscat e della Società Autostrade sui morti per incidente stradale. Fu uno dei seimilacentonovantatré morti dell’anno, ricompreso in quel sessantatré virgola quattro per cento di morti conducenti, contro il ben più misero ventiquattro virgola sedici per cento di morti passeggeri.
4df818c99f5425d6f8481fe080fb4c34_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy“Pochi mesi dopo mia madre e io ci trasferimmo in una casa con giardino, ubicata in un remoto quanto pittoresco scapicollo agreste. Nelle campagne umbre, già Stato Pontificio, eravamo lontane da ogni forma di umano consorzio, il che predispone a modeste speculazioni di carattere antroposofico sulla presenza di un principio divino nelle specie vegetali e nei piccoli animali da cortile, segnatamente le galline ovaiole e i conigli da carne. Nella nuova magione si poteva lasciare il portafoglio nella borsa senza il timore che mio padre lo ripulisse di soppiatto. Un morto non può fare queste cose se non nei romanzi di Strephen King.”
Nata a Orvieto nel 1960, Rosa Matteucci vive a Genova, ha ottenuto molti riconoscimenti letterari. Secondo me, non ancora abbastanza.

Genere: romanzo autobiografico
Trama: ***  Stile: ****
Refusi trovati: uno

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Edoardo Albinati, LA SCUOLA CATTOLICA, Rizzoli, 1294 pagine

Di proposito parlo di questo corposo lavoro alla vigilia dell’assegnazione del Premio Strega, per il quale è strafavorito.
L’idea di sviscerare con coraggio le dinamiche – sane e malate – all’interno del liceo cattolico frequentato dall’autore, e anche, negli stessi anni, dai tre assassini del Circeo (29 settembre 1975), mi sembrava vincente.
Per Albinati, la spinta decisiva a scrivere è venuta dall’uccisione di due donne  da parte di Angelo Izzo a distanza di molto tempo dal Circeo, quando si pensava fosse ormai pentito e lontano da ulteriori pulsioni criminali.
Il nuovo delitto offre quindi l’occasione per tornare all’epoca del San Leone Magno, la scuola romana dei preti frequentata solo da maschi, e a quegli anni di formazione. Una soggettiva sugli insegnanti, i compagni, le famiglie dei compagni (le madri e le sorelle, soprattutto), che a lungo si sposta sugli imbarazzi del corpo maschile in tumultuosa trasformazione e in cerca di quello femminile, e non solo, in un clima però torbido, sotto una cappa di tabù peccaminosa, negli anni dell’adolescenza. Il lunghissimo lavoro rivela il titanico sforzo di trovare un nesso fra l’educazione ricevuta in questa scuola frequentata dalla buona borghesia del quartiere Trieste (Parioli) e la deviazione perversa dei tre assassini torturatori.
Senza riuscirci.
81itqtt9g6lLa sensazione che resta arrivati in fondo al libro è che questa faticosa, chirurgica indagine a cuore aperto si sfarini a poca distanza dalla “verità”, che rimane inafferrabile. E io temo si tratti di un problema di stile.
Può essere perché il lunghissimo testo – né romanzo né saggio – resta in mezzo al guado. Un po’ autobiografia, un po’ diario intimo (a tratti pruriginoso: difficile togliersi di dosso l’odore di incenso), molto saggio analitico, sociologico, psicologico, pochissimo romanzo.
Come si sa, la scrittura non fa sconti. Parlando in generale, la vicenda in oggetto, qualunque essa sia, o si trasfigura in un racconto dalla trama più o meno plausibile ma a cui si chiede una coerente tenuta, o si ripercorre con distacco da cronista. Nella Scuola cattolica questa scelta (una non-scelta legittima) non c’è e il risultato, nonostante il numero di pagine, è di una certa fragilità. Non posso arrivare a dire deludente, ma dopo averlo acquistato (a prezzo pieno in formato cartaceo) … lo consiglierei a un amico?

Genere: –

Trama: * Stile: ***
Refusi trovati: due

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