Ernest Tidyman, SHAFT – Un detective nero sulle strade di New York, BigSur

John Shaft è un detective privato, le cui principali caratteristiche sono quelle del titolo qui sopra. E questa è la prima avventura di sette che lo hanno per protagonista, uscite fra il 1970 e il 1975 negli Stati Uniti. L’autore (1928-1984) nel 1972 vinse l’Oscar per la sceneggiatura di Il braccio violento della legge, film mitico dalle atmosfere asciutte e dalla freddezza documentaristica assai godibile, come il veloce stile di questo romanzo (e anche del secondo capitolo della saga, letto di seguito, Shaft tra gli ebrei), diventato a sua volta un film.
Il ragazzotto ha la stazza di un gorilla, più o meno, ma questo, spesso e volentieri, non gli impedisce di prenderle di santa ragione dai gangster ai quali intralcia gli affari.
Ovviamente conduce una vita sgangherata, mangia disordinato, ha intense avventure con belle figliole più o meno innamorate di lui, un amico poliziotto, e altre conoscenze in molteplici strati della società.
In questo primo titolo, una sorta di Padrino rivela un cuore tenero nei confronti della figlia, fuggita di casa, vittima di eroina e di cattive compagnie (!), e Shaft ha l’incarico di riportarla all’ovile (a fronte di un sacco di bigliettoni verdi); ma il tentativo di liberarla, sottrarla al giro della droga, si complica per la sfortunata coincidenza con una spietata guerra razziale.
Il detective ha filo da torcere, e quando le cose stanno per mettersi bene c’è sempre qualche scazzottata, o peggio, in cui non figura proprio come un eroe; però ha un cervello che ragiona con finezza, e sa quando è in serio pericolo. È un saggio, in qualche modo, e per questo si salva.
In tutte queste pagine di azione trafelata, comunque, a volte il ritmo rallenta, non mancano pause poetiche e, più che in altri titoli, qui è la città di New York (le sue strade) a sostenere il ruolo di coro, solenne e consolante.
“Atterrò e schizzò via in un lampo. Adesso nessuno poteva più prenderlo. Nessuno poteva fargli del male. Era nel suo elemento. Quelle strade buie erano il suo mondo. Dallo stomaco un eccitante senso di potere gli si irradiava in tutto il corpo. (…) Avrebbero trovato il vicolo, l’androne, il nascondiglio, nel momento in cui ne avrebbero avuto bisogno. In una stanza di Harlem potevano restare intrappolati, ma per la strada no. Era quella la loro vera casa.”
(…)
“Camminava in fretta, e in pochi secondi a passo di marcia fu sull’Ottava Avenue. Girò trotterellando intorno all’edicola e attraversò l’Ottava in diagonale nel punto in cui la Dodicesima strada sbuca da Abingdon Square, un triangolino insignificante che nessuno ricorda e nessuno usa. Ormai correva quando svoltò in Bleeker Street, lasciando l’Ottava all’altezza di Bank Street, e si immerse nel ventre molle delle botteghe antiquarie del Village.
“Le piccole raccolte di cianfrusaglie e di polvere scintillavano sotto la fragile codardia delle luci notturne. Gli androni erano bui e taciturni, ancor più vuoti delle speranze che ci vivevano dietro.”
Corri, Shaft, corri.

Genere: poliziesco
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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Albert Cossery, I FANNULLONI NELLA VALLE FERTILE, Einaudi, 185 pagine

UnknownConsiderati la sua vita e il pregio letterario delle opere, entrambi eccentrici e originali, mi pare finora troppo poco noto – in Italia – questo scrittore egiziano (il Cairo 1913-Parigi 2008), per fortuna presentato con una bellissima introduzione a tutto tondo nelle prime pagine di questo singolare, accattivante testo (il suo secondo titolo, del 1948, e il primo scritto a Parigi). E, in questo caso, vale davvero la pena di concentrarsi sull’ottima presentazione di Giuseppe A. Samonà prima di dedicarsi all’indolente ritmo del breve, elegante romanzo.
Cossery, egiziano di nascita, si trasferì a Parigi nel 1945; visse in hotel fino alla morte; scrisse racconti e sette brevi romanzi: tutti in francese, ma tutti ambientati in Egitto.
La sua poetica è unica, e discende direttamente dalla sua filosofia di vita: vita libera dal lavoro, vita da dandy o flâneur, che sorseggia una bevanda osservando il passeggio altrui seduto al tavolino di un bistrot, vestito con cura impeccabile, prima o dopo l’immancabile siesta pomeridiana.
Cossery_Albert_Scoperto da Henry Miller, Cossery scandiva le sue giornate in piccoli locali popolari o ai Jardins du Luxembourg dove contemplava e studiava la più varia umanità, seducente con le donne, e le molte amanti, amichevole con la cerchia di intellettuali che frequentava, Albert Camus, Lawrence Durrell, Raymond Queneau, Alberto Giacometti, Juliette Greco. Ma questo ambiente francese non trapela mai nei suoi scritti.
I fannulloni, per esempio, sono possidenti delle campagne egiziane intorno al Cairo, strenui militanti dell’ozio totale: accuditi da qualche donna o servetta, trascorrono le giornate a letto, in un perenne stato soporifero praticato con tenace scrupolo. E a cui tutto è sacrificato: anche l’amore, il matrimonio, la salute. Dunque è sovversivo, scandaloso, il desiderio di Serag, il figlio più giovane, di voler conoscere il lavoro; ed è abilissimo, anche dal punto di vista della scrittura, il modo in cui il padre Hafez, e i fratelli Rafik e Galal (quest’ultimo che dorme da 7 anni: cifra biblica), provano a dissuaderlo, a sabotare le sue intenzioni, pur senza far nulla, senza tradire il dio sonno, il dio ozio.
Eppure non si può dire che non ci sia azione in questa storia: affarucci con uno “scugnizzo”, Antar, che vuol guidare in città Serag; maneggi della mezzana Haga Zora, a scopo matrimonio del vecchio Hafez; il ricordo della passione di Rafik per Imtissal, prostituta da lui sempre amata; e molto altro in effetti. Tutto però è vanificato, inconcludente, annullato di fronte a quel “far niente come valore supremo” che avviluppa anche il lettore e lo seduce. Sullo sfondo di un Egitto profumato e notturno che commuove.
Naturalmente il dettato “nichilista” di Cossery si amplia. C’è un risvolto di classe: Rafik, che ha lavorato in fabbrica, dice al fratello che “quando un uomo ti parla di progresso, sappi che vuole asservirti”. E l’introduzione di Samonà aiuta a ritrovare in Cossery i temi di Thoreau, Samuel Johnson, Stevenson, fino al sublime “preferirei di no”, “preferirei non” dello scrivano Bartleby di Melville, e oltre ancora.
Ma senza andare troppo lontano, è già tutta qui, in queste pagine semplici e indimenticabili, la ricerca più profonda di un’assoluta, individuale libertà.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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Paul Beatty, LO SCHIAVISTA, Fazi Editore, 370 pagine

Scorretto, scorrettissimo, ma tanto ricco, originale e meravigliosamente scritto da meritare il Man Booker Prize 2016, con cui l’autore è diventato “il primo americano nella storia a vincere il più importante riconoscimento letterario per la narrativa inglese”.
Paul-BeattyBonbon, cresciuto a Dickens, sobborgo nero di Los Angeles, vittima di un padre-scienziato che lo usa come cavia per improbabili esperimenti sulla razza, dopo la morte del genitore (ucciso dalla polizia in una sparatoria) si ritrova solo, povero, emarginato, e sempre più ferito nell’orgoglio a mano a mano che il ghetto in cui vive viene “sbiancato” da una inarrestabile gentrification.
Questa serie di eventi traumatici – uniti al rapporto di pseudo-amicizia con lo sballato Hominy (uno degli interpreti della serie di culto Simpatiche canaglie): nero e portatore di un umiliante, radicale complesso d’inferiorità nei confronti dei bianchi (ma anche di Bonbon stesso) – spinge il protagonista a tentare il riscatto della comunità black nel suo villaggio, sposando i veri valori identitari della gente di colore – secondo una logica rigorosa e al tempo stesso farneticante – cioè reintroducendo la schiavitù, la segregazione razziale.
Questa trama, già di per sè spiazzante e folle, si sviluppa in ulteriori rivoli altrettanto sconcertanti.
C’è un rapporto d’amore con una certa Marpessa, sconclusionato anch’esso, anche se non privo di tocchi romantici, e l’impegno a rendere produttiva la fattoria di famiglia, tra coltivazioni di angurie quadrate, dopo aver preso una laurea breve in Agraria. “Anche se è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”
Il romanzo procede al ritmo libero di un flusso di coscienza … nero, tra riferimenti a Rosa Parks e alla faccenda dei posti in autobus (ma “Hominy Jenkins non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus a un bianco”), e l’ambizioso progetto politico della risegregazione. Che lo porterà di fronte alla Corte Suprema.
La scrittura è brillante, densa, trascinante; concetti, divagazioni, ammiccamenti culturali si rincorrono senza tregua.
“E in dieci anni, nel corso di innumerevoli crudeltà e insulti inflitti dalla California ai neri, ai poveri, alle gente di colore, come l’ottavo emendamento e la proposta di legge 187, la scomparsa delle Stato sociale, Crash di David Cronenberg e la boria pietista di Dave Eggers, non avevo pronunciato una sola parola.”
Nonostante la battuta, lo stile di Beatty mi ha invece in qualche modo ricordato, fin dalle prime pagine, il Dave Eggers dell’Opera struggente di un formidabile genio.
Ma, a parte la mia piccola soggettiva sensazione, questo autore ha una personalità stilistica unica e di primissima qualità, acutamente intrisa di ironia e sarcasmo.
Spinti da nobilissime intenzioni, poiché “gli ospedali non hanno più l’arcobaleno delle strisce direzionali”, Bonbon e Hominy ridipingono quelle del pronto soccorso del Killer King, e per l’autore è fondamentale spiegare che “anche se contiene una sfumatura d’azzurro fiordaliso, il Pantone 426 C è un colore strano, misterioso. L’ho scelto perché può sembrare nero o marrone a seconda della luce, dell’altezza dell’osservatore e del suo umore”.
Beatty, alla fine, sembra dire che ai bianchi non è dato capire proprio tutto tutto di questa mirabile lettura.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

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Stefano Massini, QUALCOSA SUI LEHMAN, Mondadori, 773 pagine.

Il sontuoso romanzo/ballata, storia vera della famiglia di ebrei tedeschi Lehman – quella del fragoroso crollo finanziario da 630 miliardi di dollari nel 2008 – inizia a metà Ottocento nella località di Rimpar, Baviera, da dove i tre fratelli Henry, Emanuel e Mayer, salutato il padre Abramo, emigrano verso gli Stati Uniti, prima tappa Montgomery, Alabama.

L'autore Stefano Massini con il regista Luca Ronconi

L’autore Stefano Massini con il regista Luca Ronconi

Lehman Trilogy, ultimo lavoro teatrale messo in scena da Luca Ronconi per il Piccolo di Milano, viene da questo libro straordinario (a lui dedicato), reso in modo mirabile, e con grande successo di pubblico e critica (è tradotto in 15 lingue), dal regista che morì, mentre la rappresentazione era in scena, nel febbraio 2015.
Spettacolo di culto, e libro di culto: grazie a una scelta stilistica che carica la vicenda di una forza biblica potente, dalla prima all’ultima pagina, unita a un tono – da ballata, appunto – di miracolosa leggerezza.
Questa stupefacente mescolanza di solennità archetipica e cadenza da racconto orale è una soluzione di estrema efficacia per narrare la parabola di un’ascesa economica e finanziaria emblematica, cruda e vertiginosa, dalla botteguccia in provincia di stoffe, grembiuli, cravatte all’immateriale finanza di Wall Street.
“Sulla destra, in basso e dentro il bancone / stoffe arrotolate / stoffe grezze / stoffe avvolte / stoffe ripiegate / tessuti / panni / pezze / lana / juta / canapa / cotone. / Cotone. / Soprattutto cotone / qui / in questa strada tutta sole di Montgomery, Alabama /dove tutto – si sa – sta in piedi / si regge / sul cotone. / Cotone / cotone / di ogni genere e qualità: / il seersucker / il chintz / il tela bandiera / il beaverteen / il doeskin che assomiglia al daino / e per finire / il cosiddetto denim“, il blu di Genova (blue-jeans, come viene storpiato in inglese), che è il migliore di tutti. “Baruch HaShem! per il cotone blue-jeans degli italiani.” Grazie a Dio!

Gli attori che hanno portata teatro Lehman Trilogy

Gli attori che hanno portato sulle scene dal 2015 Lehman Trilogy

Importante elemento del racconto è la dimensione patriarcale, familiare: il rapporto epistolare dei tre fratelli col padre, figura autorevole e rispettata, lì in Baviera; il trascorrere degli anni – con i matrimoni, i lutti e le nascite – e delle generazioni: i figli, e i figli dei figli.
I momenti di innamoramento, le serate al pianoforte, gli studi, le discussioni, le differenze tra fratelli, cugini, cognate. Su questi temi, molte delle pagine più divertenti, soprattutto quelle che illustrano i criteri scientifici di selezione delle potenziali fidanzate/mogli e gli sbrigativi metodi di corteggiamento dei Lehman.

Questa storia esemplare, di una famelica quanto arida spregiudicatezza materiale, economica, finanziaria risulta coinvolgente perché tutta attraversata da un’incredibile energia vitale. La ricerca di “una vita migliore”, lo smisurato orgoglio per quell’insegna    H. LEHMAN, che diventa H. LEHMAN STOFFE E ABITI, poi LEHMAN BROTHERS, poi, a New York, LEHMAN BROTHERS COTTON, FROM MONTGOMERY ALABAMA … e così via, fino alla LEHMAN BROTHERS BANK, è contagioso.
Sotto l’insegna della botteguccia di stoffe, un giorno Henry Lehman fa affiggere un altro cartello: “PREZZI RIBASSATI ALLA CLIENTELA SCELTA / e in tutti gli Stati del Sud / fu forse la prima volta / che un negozio si inventò quest’esca.” E “ne uscì in attivo guadagnando il doppio”.

Gli affari evolvono, è ora di sposarsi, bisogna presentarsi al padre di Babette: “- Visto che vi presentate / gradirei conoscere / ragazzo / cosa fate esattamente in quel vostro negozio. – / – Un tempo ci vendevamo stoffe / Mister Newgass / adesso non più. – / … / – Se non vendete più, a che vi serve un negozio? – / – Ma perché / vendere, vendiamo ancora / Mister Newgass. – / – Vendete cosa? – / – Vendiamo cotone / Mister Newgass. – / – E il cotone non è stoffa? / – Quando noi lo vendiamo … non lo è ancora/ Mister Newgass. – / – E se non è stoffa chi ve lo compra? – / – Chi lo farà diventare stoffa / Mister Newgass. / Noi stiamo nel mezzo, ecco. /Stiamo proprio nel mezzo / Mister Newgass. – / – Che razza di mestiere è / stare nel mezzo? – /- Un mestiere che non esiste ancora / Mister Newgass: / lo cominciamo noi. – / …/ siamo … mediatori, ecco, sì. -“

imagesDalla tela di jeans a mediatori del cotone; ma in breve i Lehman fiutano nuovi affari e si gettano nel commercio dello zucchero, aprono una filiale a New York, dove Emanuel fonda la Borsa del cotone, superano la crisi dovuta alla guerra di secessione; dopo il caffè e lo zucchero, sempre prodotti di qualità imbattibile, first choice, è first choice anche il carbone, e ancora il petrolio, l’oro, il gas, il business dei cataloghi postali, per le famiglie sperdute nei ranch, “lontane mille miglia / dal primo classico negozio: / vogliamo che non comprino mai niente?”.
I visionari fratelli faticano a farsi comprendere da affaristi di vecchio stampo. Loro erano o no nel ramo del carbone? Sì, certo, anche, ma “Lehman Brothers adesso era una banca.” “Una banca, certo! / Una banca che però … è pur sempre nel ramo del carbone” / … / “Una banca non è in nessun ramo, Mister Spencer: / semmai sono i rami che stanno in una banca.”

Tutta questa famelica voglia di ricchezza ha poi come obiettivo ultimo – così sembra, con effetto straniante – solo il progredire nella fila assegnata alla famiglia nella sinagoga. “Sì. / Nel grande Tempio di New York / la famiglia Lehman ha i suoi posti: / sono incisi / sulla ventunesima panca.” In prima fila, per adesso, ci sono i Lewishon, che controllano il mercato dell’oro; poi i Goldman e, in terza fila, gli Hirschbaum. Per adesso.
Il senso degli affari, e la fortuna, consentono ai Lehman di finanziare il Canale di Panama, e non il transatlantico Titanic. Tutto è sotto controllo alla Borsa valori, e sempre con questo meraviglioso stile, tra ballata e filastrocca, Massini spiega il gioco delle azioni, il crack finanziario, la nascita dell’indice Dow-Jones che fanno la storia della finanza, e quella dei Lehman.
Poi arriva il crollo del ’29, giovedì 24 ottobre, e gli agenti di borsa che si suicidano. Goldman Sachs perde 30 milioni, poi 40, poi 50. Anche i Lehman perdono tanto, eppure resistono.
E via verso nuovi traguardi – mentre si investe nella Pan Am, si finanzia la Nasa, si produce il film King Kong che “ha incassato milioni”, si aprono FONDI PENSIONE LEHMAN BROTHERS … COMPAGNIE D’ASSICURAZIONE LEHMAN BROTHERS … Fino al punto di rottura: il momento in cui in banca entra “gente estranea” … “il greco e l’ungherese”, prima, molto prima, del 2008. Storia recente, ferita mai più rimarginata. La vera fine di una dinastia.

978880622450GRAChi ha goduto del brillante spettacolo teatrale, ritroverà la stessa limpida energia in questo fluviale, irrinunciabile romanzo. Stesso soggetto per due capolavori.
Stefano Massini nel 2016 ha pubblicato per Il Mulino un interessante saggio intitolato Lavoro (131 pagine) e, nel 2015, per Einaudi, 7 minuti – Consiglio di fabbrica, già dato a teatro nel 2014, poi anche un film, che ho letto entrambi come preziosi corollari di Qualcosa sui Lehman.

Genere: romanzo (storico)
Trama: ***** Stile: *****
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Luiz E. Soares, RIO DE JANEIRO – La furia e la danza, Feltrinelli, 230 pagine

Cose che bisogna sapere di Rio, e (per sommi capi) del Brasile, per farsi un’idea del contesto in cui si svolgono questi Giochi olimpici 2016. Per alcuni, una lettura necessaria che permette poi di godersi le gare senza eccessivi sensi di colpa.
D’altronde, la stessa cerimonia d’apertura, bellissima nella sua estrema semplicità, ha evocato problemi climatici, le favelas, le bande di strada, il parcour, e invocato una svolta green per il pianeta, la salvaguardia della foresta amazzonica, un freno al surriscaldamento.
Sui temi più politici, è un buon libro questo di Soares, scrittore e amministratore pubblico negli anni di Lula, conoscitore quindi dall’interno della corrotta burocrazia statale, militante della sinistra storica di quel Paese, osservatore di episodi cruenti negli anni della dittatura, testimone della vita nelle favelas, come delle rocambolesche fughe di boss grandi e piccoli del narcotraffico latino, da un continente all’altro.
Sulla stampa internazionale fanno notizia i soprusi della polizia Usa a danno dei neri, ma nelle strade di Rio – dove le forze dell’ordine e paramilitari girano con un kit per fabbricare prove false – è molto peggio. È normale routine trasformare vere e proprie esecuzioni da parte di poliziotti in suicidi che nessuno smonta. Le vittime, sempre poveri e spesso neri. Nel decennio 2003-2014 sono stati uccise 10.699 persone “in azioni di polizia nello stato di Rio de Janeiro. Il sistema giudiziario è impregnato di razzismo”.
La corruzione della macchina amministrativa, anche con ricatti, minacce di morte, attentati, è capillare. Ogni tentativo di riportare la legalità, rischioso per la propria incolumità. Le Ong ostacolate; in alcune situazioni i medici lavorano con il giubbotto antiproiettile.
Fra ricordi personali, familiari, e vicende politiche, questo saggio ha una sua completezza. Gli anni della dittatura, la fuga dalla metropoli con la famiglia, la prima volta al Maracanà, da bambino, le prigioni e le camere di tortura, la fine di molti, il coraggio o il riscatto di alcuni.
Una vera bolgia infernale, che fa a pugni con i paesaggi incantevoli, paradisiaci, mostrati per esempio durante le gare ciclistiche di questi giorni. E con la bellezza degli impianti, dove tutto, per ora, sembra funzionare bene (dopo che era stato preannunciato il fallimento).
Il Brasile, come è stato ricordato dai commentatori durante la cerimonia inaugurale, ha tali e tante risorse da poter superare qualunque crisi. I problemi, giganteschi, sono la politica corrotta, le crisi presidenziali (Lula, Rousseff), e forse le ingerenze Usa che hanno spesso condizionato in modo sotterraneo o traumatico i destini dell’America Latina.

Genere: saggio

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Rosa Matteucci, COSTELLAZIONE FAMILIARE, Adelphi, 167 pagine

220px-Rosa_MatteucciLa scrittura di Rosa Matteucci, vivida, cristallina, classica, aulica, vernacolare, magistrale insomma, le consente le più spericolate incursioni nel mondo degli affetti, i più profondi e strazianti: qui espone il contraddittorio amore per la madre, accompagnata nella malattia, fino alla morte e oltre, quando il dialogo ormai solo interiore può diventare di cruda sincerità.
Amo particolarmente questa autrice, la sua lingua funambolica, di immagini concrete e aggettivi desueti, un mix che lei dosa accentuando di volta in volta il sapore dolce o salato, amaro o aspro, con effetto a volte commovente a volte comico ma, come ben si percepisce, è sempre lei a decidere come dosare gli ingredienti, strega esperta fra mille alambicchi.
Tra madre e figlia c’è un rapporto che si trascina, quasi morboso legame vittima-carnefice, scandito dall’obbligo di portare fuori Leporì, perché “il cane si annoia”! Poi la madre si ammala gravemente, necessita di ogni accudimento, e allora occuparsi del cane diventa un lieve diversivo. Pellegrinaggio di trasferte fra ospedali, case di cura, piccole fughe lontano dai problemi, ritorni a casa: ci si trascina fra Umbria, Trieste, Genova, treni interregionali, dimore gelate, il funerale, l’addio a Leporì.
Il lessico familiare della scrittrice si arricchisce di nuove variazioni (un altro libro parlava della madre, uno del padre, scommettitore compulsivo amatissimo), ma non ci si stanca mai di ammirarne lo spettro. Amplissimo, a partire dal catalogo di mali, ulcerazioni e putrefazione della carne (vedi quel gioiello che è Lourdes) fino all’astrattezza filosofica più concettuale.
“Nel gennaio del 1996, dunque, mio padre fu incluso a pieno titolo nelle statistiche dell’Ania, dell’Aiscat e della Società Autostrade sui morti per incidente stradale. Fu uno dei seimilacentonovantatré morti dell’anno, ricompreso in quel sessantatré virgola quattro per cento di morti conducenti, contro il ben più misero ventiquattro virgola sedici per cento di morti passeggeri.
4df818c99f5425d6f8481fe080fb4c34_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy“Pochi mesi dopo mia madre e io ci trasferimmo in una casa con giardino, ubicata in un remoto quanto pittoresco scapicollo agreste. Nelle campagne umbre, già Stato Pontificio, eravamo lontane da ogni forma di umano consorzio, il che predispone a modeste speculazioni di carattere antroposofico sulla presenza di un principio divino nelle specie vegetali e nei piccoli animali da cortile, segnatamente le galline ovaiole e i conigli da carne. Nella nuova magione si poteva lasciare il portafoglio nella borsa senza il timore che mio padre lo ripulisse di soppiatto. Un morto non può fare queste cose se non nei romanzi di Strephen King.”
Nata a Orvieto nel 1960, Rosa Matteucci vive a Genova, ha ottenuto molti riconoscimenti letterari. Secondo me, non ancora abbastanza.

Genere: romanzo autobiografico
Trama: ***  Stile: ****
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Edoardo Albinati, LA SCUOLA CATTOLICA, Rizzoli, 1294 pagine

Di proposito parlo di questo corposo lavoro alla vigilia dell’assegnazione del Premio Strega, per il quale è strafavorito.
L’idea di sviscerare con coraggio le dinamiche – sane e malate – all’interno del liceo cattolico frequentato dall’autore, e anche, negli stessi anni, dai tre assassini del Circeo (29 settembre 1975), mi sembrava vincente.
Per Albinati, la spinta decisiva a scrivere è venuta dall’uccisione di due donne  da parte di Angelo Izzo a distanza di molto tempo dal Circeo, quando si pensava fosse ormai pentito e lontano da ulteriori pulsioni criminali.
Il nuovo delitto offre quindi l’occasione per tornare all’epoca del San Leone Magno, la scuola romana dei preti frequentata solo da maschi, e a quegli anni di formazione. Una soggettiva sugli insegnanti, i compagni, le famiglie dei compagni (le madri e le sorelle, soprattutto), che a lungo si sposta sugli imbarazzi del corpo maschile in tumultuosa trasformazione e in cerca di quello femminile, e non solo, in un clima però torbido, sotto una cappa di tabù peccaminosa, negli anni dell’adolescenza. Il lunghissimo lavoro rivela il titanico sforzo di trovare un nesso fra l’educazione ricevuta in questa scuola frequentata dalla buona borghesia del quartiere Trieste (Parioli) e la deviazione perversa dei tre assassini torturatori.
Senza riuscirci.
81itqtt9g6lLa sensazione che resta arrivati in fondo al libro è che questa faticosa, chirurgica indagine a cuore aperto si sfarini a poca distanza dalla “verità”, che rimane inafferrabile. E io temo si tratti di un problema di stile.
Può essere perché il lunghissimo testo – né romanzo né saggio – resta in mezzo al guado. Un po’ autobiografia, un po’ diario intimo (a tratti pruriginoso: difficile togliersi di dosso l’odore di incenso), molto saggio analitico, sociologico, psicologico, pochissimo romanzo.
Come si sa, la scrittura non fa sconti. Parlando in generale, la vicenda in oggetto, qualunque essa sia, o si trasfigura in un racconto dalla trama più o meno plausibile ma a cui si chiede una coerente tenuta, o si ripercorre con distacco da cronista. Nella Scuola cattolica questa scelta (una non-scelta legittima) non c’è e il risultato, nonostante il numero di pagine, è di una certa fragilità. Non posso arrivare a dire deludente, ma dopo averlo acquistato (a prezzo pieno in formato cartaceo) … lo consiglierei a un amico?

Genere: –

Trama: * Stile: ***
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Anthony Bourdain, KITCHEN CONFIDENTIAL, Feltrinelli, 297 pagine

“Avventure gastronomiche a New York”, ancora più estreme di quelle (già qui recensite) di Leonardo Lucarelli col suo recente Carne Trita. Uscito in Italia nel 2002, questo resoconto delle brucianti esperienze ai fornelli d’oltreoceano è il vero iniziatore del genere, anche per il coraggio con cui impasta pietanze commestibili con alcool, fumo e droghe di vario genere, senza omettere nulla.
Una vita spericolata descritta benissimo (ma questi chef hanno davvero una penna facile!), che si legge d’un fiato e con piacere.
Anche qui una manovalanza dalla vita sregolata, clandestina e sottopagata, come nei bassi londinesi di un romanzo di Dickens. Anche qui alcuni personaggi che si prendono la scena, raccontati con amore, gratitudine e forte senso di amicizia.
kitchen-confidentialBourdain, che è stato per molti anni capo cuoco della Brasserie Les Halles di Manhattan, tempio della cucina francese nella Grande Mela, si è poi dedicato alla scrittura, alla televisione, e ai documentari sul cibo, alcuni girati anche in Italia e facilmente rintracciabili su YouTube.
Ma questo libro (e ringrazio il mio amico Gianluca per avermi fatto conoscere il capostipite di questo filone letterario) è il vero rompighiaccio del genere: oggi più che mai una ventata di buoni profumi genuini da coltivare in antitesi a un approccio sempre più spettacolare e trash, ormai fritto e rifritto.

Genere: romanzo autobiografico
Trama: *** Stile: ***
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Émile Zola, AL PARADISO DELLE SIGNORE, Bur-Rizzoli, 484 pagine.

Questo fluente romanzo mi ha incuriosita per via dello sceneggiato proposto di recente sul piccolo schermo (ne ho visto solo la prima puntata), libera riduzione di un testo di Zola (Au Bonheur des Dames, 1883).
ZolaLadiesDelightUn testo che fa parte dell’ampio ciclo (20 titoli!) I Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero (1871-1893), cosa che rende difficile isolare una valutazione attendibile di questo solo scritto.
Tuttavia, senza farmi intimorire dalla impressionante quantità di opere (tra letteratura e giornalismo) pubblicate da Zola, mi sento di dare un giudizio non entusiastico, poiché l’ambizione di comporre un affresco sociale dell’epoca, attraverso un grande magazzino che – simbolo del mercantilismo che cresce – fagocita bottegucce, piccole aziende familiari, interi isolati di Parigi, è ridimensionata fin dalle prime pagine dalla banalità della storia sentimentale, quando subito si intuisce che Denise, la protagonista, grazie alla sua inattaccabile virtù, conquisterà il novello capitano d’industria Octave Mouret, a capo del grande magazzino, come nei romanzi popolari.
Di certo è il mio personale, soggettivo gusto letterario che mi rende difficile apprezzare il verismo di Zola, che si dispiega nelle insistite descrizioni merceologiche dei vari reparti (trine, merletti, pizzi, passamanerie, e via sciorinando, in un erudito elenco di sinonimi per pagine e pagine). Stessa minuziosa attenzione nelle dettagliate descrizioni della clientela, il nuovo che avanza di una borghesia avida, ignorante, invidiosa e già schiava dei consigli per gli acquisti, rappresentata soprattutto da matrone superficiali, sciocche e venali, proposte con una certa dose di misoginia, forse. All’opposto, sta in scena una piccola schiera di bottegai arroccati nel passato, a cominciare dallo zio di Denise, Baudu, tutti destinati a scomparire travolti dal progresso, vittime di malattie, delusioni amorose, fallimenti economici. E nel mezzo un gran numero di frivole commesse, severi aristocratici, giovani fannulloni, parenti e amanti di vario genere, che certamente ampliano il corale affresco di una società in rapida trasformazione.
Tutto questo si fa leggere con scorrevolezza, ma personaggi, contesto e situazioni sono un po’ di maniera. Sì, Denise ricorda la Pamela del Richardson, come qualcuno ha notato, ma spogliata dell’inarrivabile humour e, soprattutto, dell’autocoscienza che lo scrittore inglese concede alla sua brillante eroina. Inoltre la Parigi di Zola è descritta da un naturalismo di debole intensità.  Bassifondi e miserabili non hanno la forza e il realismo, per esempio, della commovente Londra di Dickens. Il soggetto di Zola è un luogo-emblema dei rivolgimenti sociali in una nascente metropoli. Ma non c’è potenza in questo edulcorato romanzo che si affida soprattutto alla quantità.

Genere: romanzo
Trama: **  Stile: ***
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Leonardo Lucarelli, CARNE TRITA-L’educazione di un cuoco, Garzanti, 280 pagine

s-l225Questo novello giovane Holden, outsider che entra a gamba tesa e senza soggezione fra le novità editoriali italiane, e apparecchia fra l’altro uno spaccato non molto edificante del nostro paese, è nato in India nel 1977.
Figlio di amati e coerenti genitori fricchettoni, prima di scrivere questo libro, assai spiazzante, ha vissuto in miracoloso equilibrio fra senso del dovere (diploma in Restauro e Conservazione dei Beni culturali in Umbria, laurea in Antropologia a Roma) e randagia voglia di libertà, sfogata ogni tanto su una moto in giro per il mondo; fra l’instabilità di un lavoro precario in cucina e, più tardi, l’impegno sentimentale e di padre.
Poi è arrivata la scrittura, la sua autobiografia, dedicata soprattutto alle esperienze fatte ai fornelli, ma con una forza e una sincerità tali da rigenerare completamente l’abusato filone “cuochi e fiamme” e il suo invadente immaginario.
Né opera di denuncia, né romanzo-verità, la storia dell’apprendista chef ha l’energia dei vent’anni, e poi dei trenta; e pur essendo la cronaca di un percorso di crescita precario e senza stelle, onesto e umile, risulta un vero romanzo di formazione dissacrante e tenace, ironico e prepotente.
Lucarelli racconta in modo diretto le numerose esperienze di lavoro sue e altrui, a volte scorrette, scorrettissime, e faticose, incasinate, fallimentari, frustranti, soprattutto sempre pagate in nero. Come quelle degli sguatteri, i lavapiatti rigorosamente stranieri che ha incontrato nelle più sgarrupate cucine e con cui spesso ha legato; dei colleghi più o meno convinti, più o meno sinceri, più o meno amici; dei proprietari e direttori e superiori con cui ha dovuto fare i conti, una varia umanità di presuntuosi, di quasi falliti, incapaci o semplicemente fuori posto, con qualche eccezione.
Ma il ragazzo che si allaccia un grembiule per passione, e anche per guadagnare e mantenersi agli studi, sa valutare le persone e soprattutto se stesso. Riconosce gli errori commessi, sa incassare e migliorare il proprio carattere come i piatti che prepara.
Con lui si entra nella cruda verità del lavoro notturno dietro le porte dei locali più ovattati, che si conclude con una bevuta, una ragazza, uno spinello, o altro, dopo aver rassettato il caos di una serata gestita da personale a volte improvvisato, a volte instabile, con dipendenze e problemi di vario tipo.
Tra licenziamenti, dimissioni spontanee, fughe repentine, l’irrequietezza giovanile diventa maturità. Lievita così una storia personale originalissima e piena di sapore, solida e autentica. Ne esce un libro da applauso, a ribaltare tanti luoghi comuni sul business del cibo. E per il quale anche andare al ristorante non sarà più come prima.

Genere: autobiografia
Trama: **** Stile: ***
Refusi trovati: uno

 

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