Patti Smith, JUST KIDS, Feltrinelli, 328 pagine

Ho sempre tenuto da parte l’appunto in cui avevo annotato – nel 2010, quando uscì – di voler leggere questo libro (e nel frattempo è uscito anche M Train), l’autobiografia di Patti Smith, il suo arrivo giovanissima a New York, da Chicago, l’incontro fortuito e benedetto con Robert Mapplethorpe, la Manhattan speranzosa degli anni ’60-’70, il Chelsea Hotel, l’infinito numero di celebrità che si incontravano in quell’albergo o, casualmente, davanti a un caffè, in un loft disadorno, in qualche libreria.
Scritto per mantenere la promessa di ricordarlo, fatta all’amico fotografo morto di Aids il 9 marzo 1989, questa intensa biografia scaturisce dalla penna di una cantautrice che voleva essere, ed è, sopratuttto una poetessa, un’artista a tutto tondo.
Con l’amico Robert c’è un’intensa comunione spirituale, una incredibile tensione verso la possibilità di farsi conoscere come artisti puri, prima ancora del grande amore – puro anch’esso – che li unì, e sopravvisse alla separazione sentimentale, quando Mapplethorpe scoprì – lui, di rigida famiglia cattolica e credente a sua volta – la sua omosessualità.
Lo stile è coinvolgente, molto lineare, e tiene sotto controllo il magmatico fluire delle loro vicissitudini e quello di una città che tutto trascina in un gorgo confuso e vitale.
Per quanto nota per il suo fisico mascolino (Allen Ginsberg una volta la scambiò per un “ragazzo carino”), Patti Smith rivela qui un animo estremamente sensibile e femminile. Rimasta incinta giovanissima, dà la bimba in adozione, prima di lasciare la sua casa e gettarsi nell’avventura newyorkese, dove all’inizio dorme per strada, patisce la fame, e col nuovo amico Robert  – solo due ragazzi – vive a lungo di lavoretti.
La maggior parte del tempo, Patti e Robert la dedicano ai loro interessi: la lettura, soprattutto la poesia di Rimbaud per lei, la creazione di collanine, composizioni grafiche varie per Robert. Il futuro, grande fotografo, inizia inserendo nei suoi collage fotografie ritagliate dalle riviste – spesso rubate – mentre Patti gli suggerisce di cominciare a fare lui le foto.
Le pagine più toccanti per me – più di quelle dei favolosi incontri con Janis Joplin, Jimi Hendrix, Gregory Corso, Bob Dylan – sono quelle in cui lei racconta le giornate più normali: la colazione in qualche piccolo locale economico, il lavoro in una libreria, i pomeriggi trascorsi a disegnare, scrivere il suo diario o i suoi versi, i dischi che insieme ascoltano infinite volte, la scelta di una camicia, o una cravatta, una giacca, da scovare in un mercatino dell’usato, e poi abbinare e indossare per uscire. Ci sono poi le passeggiate notturne, e i viaggi in metropolitana (la linea F) fino a Coney Island, sul lungomare di legno, dove i pescatori della classe povera usano come esca pezzi di pollo.
Sono stata anch’io con la F a Coney Island, e rivivo tutto il fascino – incomprensibile quanto autentico – di questo viaggio, poiché considero New York una città segretamente romantica.
Il libro racconta di una fiducia incrollabile in se stessi, un affetto puro e solidale per l’altro, una esemplare tenacia, e di un successo arrivato molto lentamente, dopo quella che si potrebbe chiamare una lunga gavetta.
E c’è la malattia e la fine di Robert, l’anima gemella di Patti Smith, il suo migliore amico, e l’autore di alcune immagini davvero bellissime (qui riportate) della cantante. L’uomo con cui è sposata, Fred, guardando un ritratto fattole da Mapplethorpe, un giorno le dirà: “Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui”. Non è certo la morte che li ha potuti separare, come questo intimo racconto, pubblicato a vent’anni dalla scomparsa di Mapplethorpe dimostra.

Genere: racconto autobiografico
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: tre

 

Pubblicato in Autobiografia | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Patti Smith, JUST KIDS, Feltrinelli, 328 pagine

Roberto Casati, LA LEZIONE DEL FREDDO, Einaudi, 170 pagine

Amo il freddo e amo i paesi freddi. Mi sono spinta fino a Capo Nord e ho visitato l’Islanda; ma ricordo con piacere anche l’istruttiva permanenza invernale a Berlino, con serate a -13 e la Spree che lentamente ghiacciava al tramonto sotto i miei occhi.
In varie occasioni ho imparato che con il freddo non si può scherzare, e che bisogna rispettare certe regole. Prima fra tutte, che oltre certe (basse) temperature non si può attendere di “sentire” freddo prima di coprirsi.
C’è poi il fatto che ho nostalgia del freddo, inteso come fenomeno naturale rassicurante che a ogni inverno si ripresenta. Non è più così: nel suo complesso il globo si surriscalda, anche se le intemperie e le nevicate furibonde non mancano.
Nevica; ma la straziante tristemente celebre foto dell’orso bianco morente tra i rifiuti, in cerca di cibo, non ci lascia illusioni.
Dunque, non potevo non leggere questo libro.
Roberto Casati, filosofo e docente universitario, si occupa di scienze cognitive, ma ha anche navigato l’Atlantico in barca a vela; e qui racconta del suo lungo soggiorno nel New Hampshire, con moglie, figli e cagnolino, in una casa nel bosco, durante tutta la fredda e nevosissima stagione invernale e oltre.
Ho molto apprezzato quel che scrive, pur avendo provato un costante, sottile sentimento di invidia.
Trovo bellissima la lezione spirituale, filosofica che l’autore trae dal suo freddo soggiorno ma, con atteggiamento più ordinario, soprattutto ho desiderato trovarmi in una vecchia casa di legno profumato, con le finestre sigillate da pesantissime cortine antispifferi. Pronta però a esplorare l’esterno: per fare la conoscenza col versatile Mr. Cold, sotto forma di lago ghiacciato, impronte di animali sulla neve, rami curvati da cumuli di fiocchi, disegni di cristalli geometrici e perfetti, da fotografare, ingrandire, catalogare, finestrini dell’automobile sigillati da una lastra simile all’alabastro, e l’agguato di una calzatura slacciata. “A un certo punto sento per esempio che ho una scarpa quasi slacciata, porca miseria. Mi fermo, studio con calma la situazione. Preparo il piede su un masso, rifletto sulla sequenza, all’ultimo momento sfilo i guanti ed eseguo. Ci avrò messo sí e no dieci secondi, dopo i primi cinque le mani cominciano a pulsare …”.
In caso di mani molto intirizzite, bisogna far mulinare le braccia: la forza centrifuga spinge il sangue alle estremità; meglio che sfregarle o soffiarci sopra.
Scrive l’autore che gli uomini delle missioni polari per sopravvivere devono ingerire cinquemila calorie al giorno. Un’impresa. Per questo nelle basi lavorano chef abilissimi e strapagati che propongono manicaretti tipo tacchino farcito alla salsa di broccoli e uvette, salmone in gelatina, fusilli al pesto di rucola e mandorle, tiramisu al caffè brasiliano.
… Una cucina che apprezzerei …
“Usando uno dei miei nuovi pomeriggi di libertà ho costruito un igloo davanti al garage. … A sera mi sono chiuso dentro, ho acceso una candela, ho fatto sigillare l’apertura, e dopo qualche minuto claustrofobico ho chiesto di riaprirla. Nessuna risposta. Forse le ragazze si erano allontanate? Ho gridato. Sempre più forte. Mi sono spaventato e ho sfondato il muro con un calcio. Erano tutte davanti all’igloo, ma non avevano sentito i miei richiami: la neve è un potentissimo isolante acustico. Lezione importante: inutile sprecare fiato se resti intrappolato in una valanga. Sorprendentemente la luce della candela trapelava all’esterno creando un fioco effetto di lanterna cinese: fotoni battono onde elastiche.”
Io per il freddo sono attrezzata: ho giaccone e scarponi tarati per -30 gradi centigradi. Devo solo decidere dove fare un viaggetto in un luogo con neve certa. Anni fa, col mio abbigliamento -30, in Lapponia la neve non arrivò, solo pioggia e fanghiglia invece dell’immacolato tappeto che sembra sacrilego calpestare.
Nel New Hampshire col disgelo arriva il fango: è la mud season. Riaffiora ogni rifiuto gettato.
“La neve ha certo ricoperto tutto, ma tutto ha conservato, time capsule dal breve respiro e dall’alito cattivo. E pian piano, subdola, tutto restituisce… : quello che si era depositato tra una nevicata e l’altra adesso si ritrova in un unico putrido setaccio.”
Per un’infrazione (fari dimenticati spenti) l’autore viene fermato da un poliziotto della stradale. Invece della multa gli viene consegnato un fogliettino (nel libro c’è la foto, insieme ad altre): “Questo dipartimento crede che i buoni cittadini si atterranno al codice stradale quando venga loro ricordato il contenuto delle regole del traffico e la necessità di rispettarle”. Solenne come la Dichiarazione d’Indipendenza. Ma anche dovuto – secondo me – al fatto che il freddo micidiale (cioè che può uccidere) fa ridimensionare ogni cosa, anche la legge.
Sarebbe importante ripiantare gli alberi, quelli che diventano ciocchi da bruciare per scaldarsi.
“Se andate a Heidelberg, all’arrivo a monte della funicolare, trovate una trave di dieci metri, con un quarto di metro quadro di sezione che porta la scritta: La foresta di Heidelberg fa crescere questa quantità di legna in quindici minuti.”
La conclusione del volume è triste. Il freddo finirà. Esisterà come privilegio di pochi, che creeranno neve e ghiaccio con sistemi di refrigerazione divoratori di petrolio. Le gare di sci si faranno indoor a Dubai.
Davvero una tragedia. Perché il freddo è uno stato mentale di cui la mente ha bisogno.

Genere: saggio
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in Saggio | Commenti disabilitati su Roberto Casati, LA LEZIONE DEL FREDDO, Einaudi, 170 pagine

Luke Harding, COLLUSION, Mondadori, 323 pagine

Uscito in 10 paesi del mondo a fine novembre 2017, già ai primi di dicembre Collusion compariva al primo posto nella classifica del New York Times per i libri non-fiction più venduti.
Di certo a giorni verrà scavalcato da Fire and Fury, di Michael Wolff, uscito ai primi di gennaio 2018 e, da quel che si legge e si sente nei commenti, più brillante sul versante gossip, più pop, più spregiudicato, ma ancora non tradotto in italiano.
Il giornalista inglese del Guardian Luke Harding mette invece in fila una ragguardevole mole di indizi e testimonianze – oltre a riferire i fatti salienti raccolti nel fondamentale dossier di Chris Steele, ex agente dei servizi segreti britannici – che riguardano lo scottante tema del Russiagate. Tesi di fondo: le possibili/probabili complicità Trump-Putin, o peggio l’ipotesi che Trump sia sotto ricatto, per qualcosa di indicibile che il Kgb sa di lui, forse questioni di sesso.
Harding scrive con bello stile giornalistico, chiaro e avvincente. Il libro è impegnativo, ma trascinante anche quando si affrontano le sue parti più complesse, dedicate ai flussi di denaro fra conti off-shore, banche europee, giochetti in borsa, che spariscono, riappaiono e confluiscono nei patrimoni di oligarchi, dittatori, capitalisti, dall’est all’ovest e viceversa. E del Presidente stesso e famiglia. Follow the money
Al centro del volume, un portfolio con i ritratti dei principali protagonisti di questo scandalo montante: Paul Manafort, consigliere di Trump, ora nelle mani dell’Fbi, ma in precedenza ben introdotto alla corte di dittatori stranieri e plutocrati sovietici legati a Putin; Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump ma, negli anni precedenti, ospite di Putin ai festeggiamenti per la televisione di stato russa, e ospite del Kgb per una visita di cortesia, pare; Carter Page, altro consulente di Trump, con solido passato russo-putiniano. … Anche solo sfogliando queste paginette di foto viene spontaneo porsi molte domande. Ma soprattutto l’immagine dei due presidenti che si salutano al G20 di Amburgo (scatto minuziosamente descritto da Harding nel testo) può rendere in maniera plastica il rapporto di soggezione di Donald Trump nei confronti del presidente Putin.
In sostanza, la costruzione di Harding nel suo complesso porta a valutare con attenzione se ogni mossa di Trump sullo scacchiere internazionale non nasconda spesso – o sempre – in maniera indiretta, o mascherata, un “favore” obbligato al suo omologo russo. Cioè il libro di Harding, che ho molto apprezzato, ci fornisce una chiave di lettura della politica Usa assai convincente. E abbastanza drammatica, purtroppo. Il manifesto di sabato 6 gennaio dà ampio spazio all’uscita di Fire and Fury, ma in un commento a pagina 7, firmato da Fabrizio Tonello, sostiene che “il gossip diverte ma l’azione di governo è brutale”. L’azione di governo di Trump è certamente brutale, infatti, poiché forse veicola le rapaci volontà di Putin sul mondo. Ecco, Collusion parla di questo in maniera più che documentata. E per me è stata una lettura davvero utile, importante.

Genere: saggio politico
Refusi trovati: –

 

Pubblicato in Saggio | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Luke Harding, COLLUSION, Mondadori, 323 pagine

Hélène Grimaud, VARIAZIONI SELVAGGE, Bollati Boringhieri, 169 pagine

La sensibilità per la musica, l’amore per il pianoforte, la passione per lo studio, la determinazione nel voler emergere, l’autodisciplina, la grande fiducia in se stessa, i primi successi e riconoscimenti internazionali di una delle più conosciute e amate concertiste d’oggi. E il valore particolare che tutto questo assume nel momento in cui si decide di fermare la macchina della celebrità per dedicarsi a una causa ancora più sentita, istintiva, primordiale: la protezione dei lupi.
Fin dalle prime pagine, il racconto autobiografico di come, sin da bambina in Francia, prende forma la confidenza con la tastiera è a più riprese interrotto da storie e riflessioni sul rapporto antico fra uomo e animale: soprattutto i crudeli maltrattamenti subiti dagli ultimi, per superstizioni e fanatismi che sfociano in torture insensate, nel corso dei secoli, a tutte le latitudini.
Pare che per la Grimaud, di fronte alla violazione degli animali, cioè della natura, non ci sia musica che possa consolare; anche il suo adorato strumento deve tacere. E le appare inevitabile la rinuncia alla musica, per dedicarsi alla causa dei lupi, creature magnetiche e splendide: il suo bisogno più profondo.
Il meraviglioso percorso, tanto estremo quanto essenziale, puro, trova infine una nuova armonia nel bel mezzo di una radura isolata, nell’inverno a nord di New York, con un pianoforte Steinway arrivato da Berlino, e una lupa accanto.
“Avevo i lupi, e avevo la musica.
“Avevo la musica dei lupi sotto la luna, e nel mio modo di suonare c’era quell’animalità che protegge l’artista.”
“Adesso, uno dei miei maggiori piaceri è studiare musica con loro, di notte, nel recinto.”
Hélène Grimaud ha fondato il New York Wolf Center, dove alleva lupi e organizza visite di bambini, anche con problemi di salute, alcuni autistici. Suona a volte per Amnesty International, ed è tornata alla musica con la grazia di chi ha saputo rinunciare a qualche cosa di vitale per amore ed altruismo. E per rinascere.

Genere: racconto autobiografico
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

 

Pubblicato in racconto autobiografico | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Hélène Grimaud, VARIAZIONI SELVAGGE, Bollati Boringhieri, 169 pagine

Herman Melville, BENITO CERENO, Feltrinelli, 119 pagine

Solo una semplice segnalazione – non serve altro – per questo capolavoro dell’autore di Moby Dick, splendidamente presentato da Roberto Mussapi, poeta e saggista, che l’ha anche tradotto (la precedente versione in italiano era di Cesare Pavese).
È un libro imperdibile, storia di mare con venature noir, e una sublime capacità di governare il carattere ambiguo di ogni personaggio, la cui doppiezza mi ha fatto pensare a Stevenson.
Anche il capitano Amasa Delano – che nel 1799 getta l’ancora nel porto di un’isoletta desertica sulla costa sud del Cile – con i suoi timori che continuamente sfociano in sollievo, risulta, fino alla fine, un personaggio inafferrabile. Meno, certo, del fragile e allucinato Benito Cereno, capitano di un vascello in balia della bonaccia, e spesso preda di febbri, mancamenti, tremori forse equivoci. La nave – San Dominik – in uno stato di abbandono desolante, solo alla fine si rivela il candido sudario di una vittima illustre. Candido, e popolato di neri, uomini di fatica e anche donne e bambini.
Il Calibano della situazione (Mussapi sottolinea come Melville viva “sotto il demone di Shakespeare”) è un servizievole valletto nero di nome Babo, dall’indecifrabile atteggiamento nei confronti del suo capitano.
Prima che si giunga all’esplicita verità, il tetro procedere della storia è a tratti illuminato da momenti di fuggevole sollievo: una bava di vento, l’arrivo della scialuppa coi marinai di Delano, le provviste.
In balia di una natura matrigna nella sua immobilità, ai personaggi viene lasciato, sadicamente, un certo margine di manovra, o libertà di scelta. Possono scegliere se essere amici, se fidarsi, se uccidersi, o lasciarsi morire.
L’autore è grandioso nel segnalarci – ma solo e semplicemente raccontando – che in ogni momento un minimo gesto può precipitare i protagonisti nella tragedia, o salvarli.
Sul finale non vanno forniti indizi per quanto, una volta arrivati (d’un fiato) alla conclusione, tutto diventa logico, ovvio, e pacificante.
La scrittura di Melville è solida quanto ricca di incredibili sfumature, si fa thriller e subito dopo poesia. Pur non avendo letto la traduzione di Cesare Pavese, devo dire che sono entusiasta del lavoro di Mussapi, del suo impegno profondo.

Genere: racconto sublime
Trama: **** Stile: *****
Refusi trovati: nessuno

 

Pubblicato in Racconto | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Herman Melville, BENITO CERENO, Feltrinelli, 119 pagine

Tomaso Montanari, PRIVATI DEL PATRIMONIO, Einaudi, 168 pagine

Divenuto volto televisivo popolare o quasi, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – paladino del NO in molte trasmissioni e dibattiti -, da un numero, forse minore, di spettatori Tomaso Montanari è stato molto apprezzato nei mesi passati per le serie da lui curate e presentate, trasmesse su Rai5, dedicate una a Caravaggio, una a Bernini.

 

 

 

 

 

 

 

Il professore – una cattedra di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, la presidenza di Libertà e Giustizia – è un divulgatore instancabile e appassionato, anche sulle pagine di Repubblica, sia di temi politici a cominciare dalla difesa della Costituzione, sia del destino che tocca al nostro sterminato patrimonio culturale.
Privati del patrimonio, del 2015, sembra l’amarissimo prosieguo di Le Pietre e il Popolo-Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, uscito nel 2013 per minimum fax. Forse perchè nel biennio che separa i due testi la condizione dei beni artistici secondo l’autore non è certo migliorata, il titolo più recente è un’impietosa denuncia con prove circostanziate a raffica.
Montanari è personaggio di rara schiettezza, è colui che ha sollevato lo scandalo della biblioteca napoletana dei Girolamini, saccheggiata dei suoi preziosissimi volumi da parte del direttore Marino Massimo De Caro, intimo di Marcello Dell’Utri (leggere da pag. 46 il testo del 2013), scrive con tono da polemista colto, al vetriolo quanto elegante (vedi, sempre nel testo edito da minimum fax, le pagine dedicate alla sconcertante ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo, a Firenze, voluta da Matteo Renzi, allora sindaco).
Privati del patrimonio si scaglia invece soprattutto contro la privatizzazione, la mercificazione dei beni artistici italiani, spesso subdola, e spacciata per mecenatismo. Esempi: una gipsoteca del Canova come set fotografico per calze e reggiseni di Intimissimi; la festa della Ferrari che privatizza Ponte Vecchio; il ritorno che Diego Della Valle ottiene per il restauro del Colosseo, talmente esagerato che lo stesso patron di Tod’s non se ne avvarrà fino in fondo.
Come l’autore sottolinea, l’invadenza dei privati è permessa da una precisa linea politica seguace della “religione del mercato”. Una linea che in Italia, con sommo provincialismo, ha ribaltato le logiche vigenti anche in paesi molto più “mercantili” del nostro: “mentre negli Stati Uniti si brucia denaro per creare cultura, … l’idea italiana è quella di bruciare cultura per creare denaro”.
Così il j’accuse del professor Montanari smaschera i nuovi mecenati che sono nuovi padroni, quindi espropriandoci tutti di ciò che è pubblico, nostro. Ma questa invadenza è possibile perché lo Stato arretra: l’encomiabile attività del Fai o di Italia Nostra, per esempio, rende eclatante l’irrimediabile assenza delle istituzioni. E il tradimento dell’articolo 9 della nostra Costituzione.
Prima che il lettore soccomba disperato, Montanari tra tanto spreco e scempio (basta far viaggiare il nostro patrimonio; portiamo invece i visitatori dove queste bellezze artistiche si trovano!) propone qualche buon suggerimento. Vuole un Telethon per il patrimonio culturale, il crowdfunding, musei statali gratis, e veri benefattori. È un fatto di libertà, di giustizia e di uguaglianza che ci riguarda tutti, ad uno ad uno. “Una società” conclude Montanari “in cui si riducano gli spazi pubblici dove tutti siamo uguali … è una società condannata a divenire meno libera, più ingiusta, ancora più insanabilmente diseguale”.

Genere: saggio
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in Saggio | Contrassegnato , , , , , , , | Commenti disabilitati su Tomaso Montanari, PRIVATI DEL PATRIMONIO, Einaudi, 168 pagine

Maurizio Bruni, LA VILLA DEI COCCODRILLI, Viola Editrice, 190 pagine

Gabriella Ventavoli Privitera, L’uomo dal cappello, acrilico su tavola

Un’orrenda combriccola di pedofili, serviti da spregiudicati portaborse fra Milano e il mondo politico della Capitale, è inseguita, e in parte stanata, dalle forze dell’ordine – la Polizia postale – e da un volenteroso giovane chirurgo, Sergio Mandelli, eroe per caso in questa impari lotta.
È lui il protagonista di questo primo noir di Maurizio Bruni, medico milanese impegnato per una vita come medico di base e come medico-legale, a contatto diretto anche con la più scabrosa realtà criminale a danno dei bambini.
Ciò detto, bisogna senz’altro lodare la misura, diciamo pure la “leggerezza” con cui la trama, ricca e a volte rocambolesca, è sviluppata.
Se il tema centrale è molto forte, è però sempre toccato con misura, per lasciare spazio, invece, ai toni più tradizionali e godibili dell’avventura poliziesca, con un giusto mix di crimini, fughe e nascondigli, sospetti e sospettati, dark lady e altre figure femminili positive e rasserenanti. Elisa Lonati, per intuito e intelligenza, si fida di Sergio e l’aiuta, nonostante lo conosca da poco e lo incontri nuovamente in condizioni difficili da comprendere, ferito e maleodorante, perché vittima di un’azione criminale.
L’autore è padrone del chiaroscuro stilistico che fa parte del canone poliziesco. Con pochi tratti, pochi dialoghi, senza rendere esplicito l’oggetto perverso dei loro incontri nella Villa dei coccodrilli, i pedofili risultano subito odiosi, appena aprono bocca; i poliziotti dell’operazione FOX si danno da fare con spirito di sacrificio e volontà (e che dispiacere per la morte di Antonio Virzì, agente della Polizia postale infiltrato, ma scoperto e ucciso!); i politici hanno spesso il linguaggio ambiguo e la doppiezza che li rende tanto impopolari … anche nella realtà …
Sergio ed Elisa, attratti l’uno dall’altro anche per l’onestà morale che li accomuna, non hanno dubbi nel voler incastrare i criminali, anche correndo notevoli rischi. I quali toccano il culmine nell’adrenalinico inseguimento in auto sui tornanti tra Valtellina e Valchiavenna. Certo, una Clio verde non è proprio l’auto di James Bond ma, physique du rôle a parte, la scena è davvero accattivante, ed è quella che porta verso un lieto fine “temperato”, cioè senza un’illusoria e inverosimile soluzione definitiva.
Tutta la vicenda, inoltre, è vivacizzata anche dalla descrizione dei luoghi, Milano e i suoi dintorni, dalla Brianza alle valli prealpine, questa mezza montagna amabilissima proprio per la sua dimensione sottotono. Questo panorama di monti manzoniani, allettante nella sua radicale diversità dalla Sicilia smagliante del commissario Montalbano, per esempio, cui accenno perché citato nell’elegante introduzione al romanzo di Giovanni Puglisi, già Magnifico Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM.
Maurizio Bruni si definisce un forte lettore di gialli e polizieschi (Scerbanenco, Asimov, Clancy) ma, chissà, a me questo libro ha ricordato Gadda (il Gadda lombardo, più di quello – poliziesco – del Pasticciaccio, ambientato a Roma), forse per certe atmosfere smorzate.
Il romanzo è dedicato a Maria Benigno, la signora Bruni, e alla sua associazione Bambini Ancora Onlus, e a tutte le persone impegnate nella tutela dei bambini.
Anche la limpida prosa del dottor Bruni, che risolve con equilibrio questo non facile argomento, può contribuire a non dimenticare.

Genere: noir
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in poliziesco, Romanzo noir | Contrassegnato , , , , , , , | Commenti disabilitati su Maurizio Bruni, LA VILLA DEI COCCODRILLI, Viola Editrice, 190 pagine

Ernest Tidyman, SHAFT – Un detective nero sulle strade di New York, BigSur

John Shaft è un detective privato, le cui principali caratteristiche sono quelle del titolo qui sopra. E questa è la prima avventura di sette che lo hanno per protagonista, uscite fra il 1970 e il 1975 negli Stati Uniti. L’autore (1928-1984) nel 1972 vinse l’Oscar per la sceneggiatura di Il braccio violento della legge, film mitico dalle atmosfere asciutte e dalla freddezza documentaristica assai godibile, come il veloce stile di questo romanzo (e anche del secondo capitolo della saga, letto di seguito, Shaft tra gli ebrei), diventato a sua volta un film.
Il ragazzotto ha la stazza di un gorilla, più o meno, ma questo, spesso e volentieri, non gli impedisce di prenderle di santa ragione dai gangster ai quali intralcia gli affari.
Ovviamente conduce una vita sgangherata, mangia disordinato, ha intense avventure con belle figliole più o meno innamorate di lui, un amico poliziotto, e altre conoscenze in molteplici strati della società.
In questo primo titolo, una sorta di Padrino rivela un cuore tenero nei confronti della figlia, fuggita di casa, vittima di eroina e di cattive compagnie (!), e Shaft ha l’incarico di riportarla all’ovile (a fronte di un sacco di bigliettoni verdi); ma il tentativo di liberarla, sottrarla al giro della droga, si complica per la sfortunata coincidenza con una spietata guerra razziale.
Il detective ha filo da torcere, e quando le cose stanno per mettersi bene c’è sempre qualche scazzottata, o peggio, in cui non figura proprio come un eroe; però ha un cervello che ragiona con finezza, e sa quando è in serio pericolo. È un saggio, in qualche modo, e per questo si salva.
In tutte queste pagine di azione trafelata, comunque, a volte il ritmo rallenta, non mancano pause poetiche e, più che in altri titoli, qui è la città di New York (le sue strade) a sostenere il ruolo di coro, solenne e consolante.
“Atterrò e schizzò via in un lampo. Adesso nessuno poteva più prenderlo. Nessuno poteva fargli del male. Era nel suo elemento. Quelle strade buie erano il suo mondo. Dallo stomaco un eccitante senso di potere gli si irradiava in tutto il corpo. (…) Avrebbero trovato il vicolo, l’androne, il nascondiglio, nel momento in cui ne avrebbero avuto bisogno. In una stanza di Harlem potevano restare intrappolati, ma per la strada no. Era quella la loro vera casa.”
(…)
“Camminava in fretta, e in pochi secondi a passo di marcia fu sull’Ottava Avenue. Girò trotterellando intorno all’edicola e attraversò l’Ottava in diagonale nel punto in cui la Dodicesima strada sbuca da Abingdon Square, un triangolino insignificante che nessuno ricorda e nessuno usa. Ormai correva quando svoltò in Bleeker Street, lasciando l’Ottava all’altezza di Bank Street, e si immerse nel ventre molle delle botteghe antiquarie del Village.
“Le piccole raccolte di cianfrusaglie e di polvere scintillavano sotto la fragile codardia delle luci notturne. Gli androni erano bui e taciturni, ancor più vuoti delle speranze che ci vivevano dietro.”
Corri, Shaft, corri.

Genere: poliziesco
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in Uncategorized | Commenti disabilitati su Ernest Tidyman, SHAFT – Un detective nero sulle strade di New York, BigSur

Albert Cossery, I FANNULLONI NELLA VALLE FERTILE, Einaudi, 185 pagine

UnknownConsiderati la sua vita e il pregio letterario delle opere, entrambi eccentrici e originali, mi pare finora troppo poco noto – in Italia – questo scrittore egiziano (il Cairo 1913-Parigi 2008), per fortuna presentato con una bellissima introduzione a tutto tondo nelle prime pagine di questo singolare, accattivante testo (il suo secondo titolo, del 1948, e il primo scritto a Parigi). E, in questo caso, vale davvero la pena di concentrarsi sull’ottima presentazione di Giuseppe A. Samonà prima di dedicarsi all’indolente ritmo del breve, elegante romanzo.
Cossery, egiziano di nascita, si trasferì a Parigi nel 1945; visse in hotel fino alla morte; scrisse racconti e sette brevi romanzi: tutti in francese, ma tutti ambientati in Egitto.
La sua poetica è unica, e discende direttamente dalla sua filosofia di vita: vita libera dal lavoro, vita da dandy o flâneur, che sorseggia una bevanda osservando il passeggio altrui seduto al tavolino di un bistrot, vestito con cura impeccabile, prima o dopo l’immancabile siesta pomeridiana.
Cossery_Albert_Scoperto da Henry Miller, Cossery scandiva le sue giornate in piccoli locali popolari o ai Jardins du Luxembourg dove contemplava e studiava la più varia umanità, seducente con le donne, e le molte amanti, amichevole con la cerchia di intellettuali che frequentava, Albert Camus, Lawrence Durrell, Raymond Queneau, Alberto Giacometti, Juliette Greco. Ma questo ambiente francese non trapela mai nei suoi scritti.
I fannulloni, per esempio, sono possidenti delle campagne egiziane intorno al Cairo, strenui militanti dell’ozio totale: accuditi da qualche donna o servetta, trascorrono le giornate a letto, in un perenne stato soporifero praticato con tenace scrupolo. E a cui tutto è sacrificato: anche l’amore, il matrimonio, la salute. Dunque è sovversivo, scandaloso, il desiderio di Serag, il figlio più giovane, di voler conoscere il lavoro; ed è abilissimo, anche dal punto di vista della scrittura, il modo in cui il padre Hafez, e i fratelli Rafik e Galal (quest’ultimo che dorme da 7 anni: cifra biblica), provano a dissuaderlo, a sabotare le sue intenzioni, pur senza far nulla, senza tradire il dio sonno, il dio ozio.
Eppure non si può dire che non ci sia azione in questa storia: affarucci con uno “scugnizzo”, Antar, che vuol guidare in città Serag; maneggi della mezzana Haga Zora, a scopo matrimonio del vecchio Hafez; il ricordo della passione di Rafik per Imtissal, prostituta da lui sempre amata; e molto altro in effetti. Tutto però è vanificato, inconcludente, annullato di fronte a quel “far niente come valore supremo” che avviluppa anche il lettore e lo seduce. Sullo sfondo di un Egitto profumato e notturno che commuove.
Naturalmente il dettato “nichilista” di Cossery si amplia. C’è un risvolto di classe: Rafik, che ha lavorato in fabbrica, dice al fratello che “quando un uomo ti parla di progresso, sappi che vuole asservirti”. E l’introduzione di Samonà aiuta a ritrovare in Cossery i temi di Thoreau, Samuel Johnson, Stevenson, fino al sublime “preferirei di no”, “preferirei non” dello scrivano Bartleby di Melville, e oltre ancora.
Ma senza andare troppo lontano, è già tutta qui, in queste pagine semplici e indimenticabili, la ricerca più profonda di un’assoluta, individuale libertà.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

Pubblicato in Romanzo, Uncategorized | Commenti disabilitati su Albert Cossery, I FANNULLONI NELLA VALLE FERTILE, Einaudi, 185 pagine

Paul Beatty, LO SCHIAVISTA, Fazi Editore, 370 pagine

Scorretto, scorrettissimo, ma tanto ricco, originale e meravigliosamente scritto da meritare il Man Booker Prize 2016, con cui l’autore è diventato “il primo americano nella storia a vincere il più importante riconoscimento letterario per la narrativa inglese”.
Paul-BeattyBonbon, cresciuto a Dickens, sobborgo nero di Los Angeles, vittima di un padre-scienziato che lo usa come cavia per improbabili esperimenti sulla razza, dopo la morte del genitore (ucciso dalla polizia in una sparatoria) si ritrova solo, povero, emarginato, e sempre più ferito nell’orgoglio a mano a mano che il ghetto in cui vive viene “sbiancato” da una inarrestabile gentrification.
Questa serie di eventi traumatici – uniti al rapporto di pseudo-amicizia con lo sballato Hominy (uno degli interpreti della serie di culto Simpatiche canaglie): nero e portatore di un umiliante, radicale complesso d’inferiorità nei confronti dei bianchi (ma anche di Bonbon stesso) – spinge il protagonista a tentare il riscatto della comunità black nel suo villaggio, sposando i veri valori identitari della gente di colore – secondo una logica rigorosa e al tempo stesso farneticante – cioè reintroducendo la schiavitù, la segregazione razziale.
Questa trama, già di per sè spiazzante e folle, si sviluppa in ulteriori rivoli altrettanto sconcertanti.
C’è un rapporto d’amore con una certa Marpessa, sconclusionato anch’esso, anche se non privo di tocchi romantici, e l’impegno a rendere produttiva la fattoria di famiglia, tra coltivazioni di angurie quadrate, dopo aver preso una laurea breve in Agraria. “Anche se è complicato coltivarle e sono anni che le vendo, la gente ancora impazzisce quando vede un’anguria quadrata. È come per la storia del presidente nero, dopo ormai due mandati in cui lo abbiamo visto pronunciare il discorso sullo stato dell’Unione in giacca e cravatta: uno potrebbe anche essersi abituato alle angurie quadrate, eppure per qualche motivo non è così.”
Il romanzo procede al ritmo libero di un flusso di coscienza … nero, tra riferimenti a Rosa Parks e alla faccenda dei posti in autobus (ma “Hominy Jenkins non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus a un bianco”), e l’ambizioso progetto politico della risegregazione. Che lo porterà di fronte alla Corte Suprema.
La scrittura è brillante, densa, trascinante; concetti, divagazioni, ammiccamenti culturali si rincorrono senza tregua.
“E in dieci anni, nel corso di innumerevoli crudeltà e insulti inflitti dalla California ai neri, ai poveri, alle gente di colore, come l’ottavo emendamento e la proposta di legge 187, la scomparsa delle Stato sociale, Crash di David Cronenberg e la boria pietista di Dave Eggers, non avevo pronunciato una sola parola.”
Nonostante la battuta, lo stile di Beatty mi ha invece in qualche modo ricordato, fin dalle prime pagine, il Dave Eggers dell’Opera struggente di un formidabile genio.
Ma, a parte la mia piccola soggettiva sensazione, questo autore ha una personalità stilistica unica e di primissima qualità, acutamente intrisa di ironia e sarcasmo.
Spinti da nobilissime intenzioni, poiché “gli ospedali non hanno più l’arcobaleno delle strisce direzionali”, Bonbon e Hominy ridipingono quelle del pronto soccorso del Killer King, e per l’autore è fondamentale spiegare che “anche se contiene una sfumatura d’azzurro fiordaliso, il Pantone 426 C è un colore strano, misterioso. L’ho scelto perché può sembrare nero o marrone a seconda della luce, dell’altezza dell’osservatore e del suo umore”.
Beatty, alla fine, sembra dire che ai bianchi non è dato capire proprio tutto tutto di questa mirabile lettura.

Genere: romanzo
Trama: *** Stile: ****
Refusi trovati: nessuno

Pubblicato in Romanzo | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Paul Beatty, LO SCHIAVISTA, Fazi Editore, 370 pagine