Luiz E. Soares, RIO DE JANEIRO – La furia e la danza, Feltrinelli, 230 pagine

Cose che bisogna sapere di Rio, e (per sommi capi) del Brasile, per farsi un’idea del contesto in cui si svolgono questi Giochi olimpici 2016. Per alcuni, una lettura necessaria che permette poi di godersi le gare senza eccessivi sensi di colpa.
D’altronde, la stessa cerimonia d’apertura, bellissima nella sua estrema semplicità, ha evocato problemi climatici, le favelas, le bande di strada, il parcour, e invocato una svolta green per il pianeta, la salvaguardia della foresta amazzonica, un freno al surriscaldamento.
Sui temi più politici, è un buon libro questo di Soares, scrittore e amministratore pubblico negli anni di Lula, conoscitore quindi dall’interno della corrotta burocrazia statale, militante della sinistra storica di quel Paese, osservatore di episodi cruenti negli anni della dittatura, testimone della vita nelle favelas, come delle rocambolesche fughe di boss grandi e piccoli del narcotraffico latino, da un continente all’altro.
Sulla stampa internazionale fanno notizia i soprusi della polizia Usa a danno dei neri, ma nelle strade di Rio – dove le forze dell’ordine e paramilitari girano con un kit per fabbricare prove false – è molto peggio. È normale routine trasformare vere e proprie esecuzioni da parte di poliziotti in suicidi che nessuno smonta. Le vittime, sempre poveri e spesso neri. Nel decennio 2003-2014 sono stati uccise 10.699 persone “in azioni di polizia nello stato di Rio de Janeiro. Il sistema giudiziario è impregnato di razzismo”.
La corruzione della macchina amministrativa, anche con ricatti, minacce di morte, attentati, è capillare. Ogni tentativo di riportare la legalità, rischioso per la propria incolumità. Le Ong ostacolate; in alcune situazioni i medici lavorano con il giubbotto antiproiettile.
Fra ricordi personali, familiari, e vicende politiche, questo saggio ha una sua completezza. Gli anni della dittatura, la fuga dalla metropoli con la famiglia, la prima volta al Maracanà, da bambino, le prigioni e le camere di tortura, la fine di molti, il coraggio o il riscatto di alcuni.
Una vera bolgia infernale, che fa a pugni con i paesaggi incantevoli, paradisiaci, mostrati per esempio durante le gare ciclistiche di questi giorni. E con la bellezza degli impianti, dove tutto, per ora, sembra funzionare bene (dopo che era stato preannunciato il fallimento).
Il Brasile, come è stato ricordato dai commentatori durante la cerimonia inaugurale, ha tali e tante risorse da poter superare qualunque crisi. I problemi, giganteschi, sono la politica corrotta, le crisi presidenziali (Lula, Rousseff), e forse le ingerenze Usa che hanno spesso condizionato in modo sotterraneo o traumatico i destini dell’America Latina.

Genere: saggio

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Rosa Matteucci, COSTELLAZIONE FAMILIARE, Adelphi, 167 pagine

220px-Rosa_MatteucciLa scrittura di Rosa Matteucci, vivida, cristallina, classica, aulica, vernacolare, magistrale insomma, le consente le più spericolate incursioni nel mondo degli affetti, i più profondi e strazianti: qui espone il contraddittorio amore per la madre, accompagnata nella malattia, fino alla morte e oltre, quando il dialogo ormai solo interiore può diventare di cruda sincerità.
Amo particolarmente questa autrice, la sua lingua funambolica, di immagini concrete e aggettivi desueti, un mix che lei dosa accentuando di volta in volta il sapore dolce o salato, amaro o aspro, con effetto a volte commovente a volte comico ma, come ben si percepisce, è sempre lei a decidere come dosare gli ingredienti, strega esperta fra mille alambicchi.
Tra madre e figlia c’è un rapporto che si trascina, quasi morboso legame vittima-carnefice, scandito dall’obbligo di portare fuori Leporì, perché “il cane si annoia”! Poi la madre si ammala gravemente, necessita di ogni accudimento, e allora occuparsi del cane diventa un lieve diversivo. Pellegrinaggio di trasferte fra ospedali, case di cura, piccole fughe lontano dai problemi, ritorni a casa: ci si trascina fra Umbria, Trieste, Genova, treni interregionali, dimore gelate, il funerale, l’addio a Leporì.
Il lessico familiare della scrittrice si arricchisce di nuove variazioni (un altro libro parlava della madre, uno del padre, scommettitore compulsivo amatissimo), ma non ci si stanca mai di ammirarne lo spettro. Amplissimo, a partire dal catalogo di mali, ulcerazioni e putrefazione della carne (vedi quel gioiello che è Lourdes) fino all’astrattezza filosofica più concettuale.
“Nel gennaio del 1996, dunque, mio padre fu incluso a pieno titolo nelle statistiche dell’Ania, dell’Aiscat e della Società Autostrade sui morti per incidente stradale. Fu uno dei seimilacentonovantatré morti dell’anno, ricompreso in quel sessantatré virgola quattro per cento di morti conducenti, contro il ben più misero ventiquattro virgola sedici per cento di morti passeggeri.
4df818c99f5425d6f8481fe080fb4c34_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy“Pochi mesi dopo mia madre e io ci trasferimmo in una casa con giardino, ubicata in un remoto quanto pittoresco scapicollo agreste. Nelle campagne umbre, già Stato Pontificio, eravamo lontane da ogni forma di umano consorzio, il che predispone a modeste speculazioni di carattere antroposofico sulla presenza di un principio divino nelle specie vegetali e nei piccoli animali da cortile, segnatamente le galline ovaiole e i conigli da carne. Nella nuova magione si poteva lasciare il portafoglio nella borsa senza il timore che mio padre lo ripulisse di soppiatto. Un morto non può fare queste cose se non nei romanzi di Strephen King.”
Nata a Orvieto nel 1960, Rosa Matteucci vive a Genova, ha ottenuto molti riconoscimenti letterari. Secondo me, non ancora abbastanza.

Genere: romanzo autobiografico
Trama: ***  Stile: ****
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Edoardo Albinati, LA SCUOLA CATTOLICA, Rizzoli, 1294 pagine

Di proposito parlo di questo corposo lavoro alla vigilia dell’assegnazione del Premio Strega, per il quale è strafavorito.
L’idea di sviscerare con coraggio le dinamiche – sane e malate – all’interno del liceo cattolico frequentato dall’autore, e anche, negli stessi anni, dai tre assassini del Circeo (29 settembre 1975), mi sembrava vincente.
Per Albinati, la spinta decisiva a scrivere è venuta dall’uccisione di due donne  da parte di Angelo Izzo a distanza di molto tempo dal Circeo, quando si pensava fosse ormai pentito e lontano da ulteriori pulsioni criminali.
Il nuovo delitto offre quindi l’occasione per tornare all’epoca del San Leone Magno, la scuola romana dei preti frequentata solo da maschi, e a quegli anni di formazione. Una soggettiva sugli insegnanti, i compagni, le famiglie dei compagni (le madri e le sorelle, soprattutto), che a lungo si sposta sugli imbarazzi del corpo maschile in tumultuosa trasformazione e in cerca di quello femminile, e non solo, in un clima però torbido, sotto una cappa di tabù peccaminosa, negli anni dell’adolescenza. Il lunghissimo lavoro rivela il titanico sforzo di trovare un nesso fra l’educazione ricevuta in questa scuola frequentata dalla buona borghesia del quartiere Trieste (Parioli) e la deviazione perversa dei tre assassini torturatori.
Senza riuscirci.
81itqtt9g6lLa sensazione che resta arrivati in fondo al libro è che questa faticosa, chirurgica indagine a cuore aperto si sfarini a poca distanza dalla “verità”, che rimane inafferrabile. E io temo si tratti di un problema di stile.
Può essere perché il lunghissimo testo – né romanzo né saggio – resta in mezzo al guado. Un po’ autobiografia, un po’ diario intimo (a tratti pruriginoso: difficile togliersi di dosso l’odore di incenso), molto saggio analitico, sociologico, psicologico, pochissimo romanzo.
Come si sa, la scrittura non fa sconti. Parlando in generale, la vicenda in oggetto, qualunque essa sia, o si trasfigura in un racconto dalla trama più o meno plausibile ma a cui si chiede una coerente tenuta, o si ripercorre con distacco da cronista. Nella Scuola cattolica questa scelta (una non-scelta legittima) non c’è e il risultato, nonostante il numero di pagine, è di una certa fragilità. Non posso arrivare a dire deludente, ma dopo averlo acquistato (a prezzo pieno in formato cartaceo) … lo consiglierei a un amico?

Genere: –

Trama: * Stile: ***
Refusi trovati: due

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Anthony Bourdain, KITCHEN CONFIDENTIAL, Feltrinelli, 297 pagine

“Avventure gastronomiche a New York”, ancora più estreme di quelle (già qui recensite) di Leonardo Lucarelli col suo recente Carne Trita. Uscito in Italia nel 2002, questo resoconto delle brucianti esperienze ai fornelli d’oltreoceano è il vero iniziatore del genere, anche per il coraggio con cui impasta pietanze commestibili con alcool, fumo e droghe di vario genere, senza omettere nulla.
Una vita spericolata descritta benissimo (ma questi chef hanno davvero una penna facile!), che si legge d’un fiato e con piacere.
Anche qui una manovalanza dalla vita sregolata, clandestina e sottopagata, come nei bassi londinesi di un romanzo di Dickens. Anche qui alcuni personaggi che si prendono la scena, raccontati con amore, gratitudine e forte senso di amicizia.
kitchen-confidentialBourdain, che è stato per molti anni capo cuoco della Brasserie Les Halles di Manhattan, tempio della cucina francese nella Grande Mela, si è poi dedicato alla scrittura, alla televisione, e ai documentari sul cibo, alcuni girati anche in Italia e facilmente rintracciabili su YouTube.
Ma questo libro (e ringrazio il mio amico Gianluca per avermi fatto conoscere il capostipite di questo filone letterario) è il vero rompighiaccio del genere: oggi più che mai una ventata di buoni profumi genuini da coltivare in antitesi a un approccio sempre più spettacolare e trash, ormai fritto e rifritto.

Genere: romanzo autobiografico
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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Émile Zola, AL PARADISO DELLE SIGNORE, Bur-Rizzoli, 484 pagine.

Questo fluente romanzo mi ha incuriosita per via dello sceneggiato proposto di recente sul piccolo schermo (ne ho visto solo la prima puntata), libera riduzione di un testo di Zola (Au Bonheur des Dames, 1883).
ZolaLadiesDelightUn testo che fa parte dell’ampio ciclo (20 titoli!) I Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero (1871-1893), cosa che rende difficile isolare una valutazione attendibile di questo solo scritto.
Tuttavia, senza farmi intimorire dalla impressionante quantità di opere (tra letteratura e giornalismo) pubblicate da Zola, mi sento di dare un giudizio non entusiastico, poiché l’ambizione di comporre un affresco sociale dell’epoca, attraverso un grande magazzino che – simbolo del mercantilismo che cresce – fagocita bottegucce, piccole aziende familiari, interi isolati di Parigi, è ridimensionata fin dalle prime pagine dalla banalità della storia sentimentale, quando subito si intuisce che Denise, la protagonista, grazie alla sua inattaccabile virtù, conquisterà il novello capitano d’industria Octave Mouret, a capo del grande magazzino, come nei romanzi popolari.
Di certo è il mio personale, soggettivo gusto letterario che mi rende difficile apprezzare il verismo di Zola, che si dispiega nelle insistite descrizioni merceologiche dei vari reparti (trine, merletti, pizzi, passamanerie, e via sciorinando, in un erudito elenco di sinonimi per pagine e pagine). Stessa minuziosa attenzione nelle dettagliate descrizioni della clientela, il nuovo che avanza di una borghesia avida, ignorante, invidiosa e già schiava dei consigli per gli acquisti, rappresentata soprattutto da matrone superficiali, sciocche e venali, proposte con una certa dose di misoginia, forse. All’opposto, sta in scena una piccola schiera di bottegai arroccati nel passato, a cominciare dallo zio di Denise, Baudu, tutti destinati a scomparire travolti dal progresso, vittime di malattie, delusioni amorose, fallimenti economici. E nel mezzo un gran numero di frivole commesse, severi aristocratici, giovani fannulloni, parenti e amanti di vario genere, che certamente ampliano il corale affresco di una società in rapida trasformazione.
Tutto questo si fa leggere con scorrevolezza, ma personaggi, contesto e situazioni sono un po’ di maniera. Sì, Denise ricorda la Pamela del Richardson, come qualcuno ha notato, ma spogliata dell’inarrivabile humour e, soprattutto, dell’autocoscienza che lo scrittore inglese concede alla sua brillante eroina. Inoltre la Parigi di Zola è descritta da un naturalismo di debole intensità.  Bassifondi e miserabili non hanno la forza e il realismo, per esempio, della commovente Londra di Dickens. Il soggetto di Zola è un luogo-emblema dei rivolgimenti sociali in una nascente metropoli. Ma non c’è potenza in questo edulcorato romanzo che si affida soprattutto alla quantità.

Genere: romanzo
Trama: **  Stile: ***
Refusi trovati: –

 

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Leonardo Lucarelli, CARNE TRITA-L’educazione di un cuoco, Garzanti, 280 pagine

s-l225Questo novello giovane Holden, outsider che entra a gamba tesa e senza soggezione fra le novità editoriali italiane, e apparecchia fra l’altro uno spaccato non molto edificante del nostro paese, è nato in India nel 1977.
Figlio di amati e coerenti genitori fricchettoni, prima di scrivere questo libro, assai spiazzante, ha vissuto in miracoloso equilibrio fra senso del dovere (diploma in Restauro e Conservazione dei Beni culturali in Umbria, laurea in Antropologia a Roma) e randagia voglia di libertà, sfogata ogni tanto su una moto in giro per il mondo; fra l’instabilità di un lavoro precario in cucina e, più tardi, l’impegno sentimentale e di padre.
Poi è arrivata la scrittura, la sua autobiografia, dedicata soprattutto alle esperienze fatte ai fornelli, ma con una forza e una sincerità tali da rigenerare completamente l’abusato filone “cuochi e fiamme” e il suo invadente immaginario.
Né opera di denuncia, né romanzo-verità, la storia dell’apprendista chef ha l’energia dei vent’anni, e poi dei trenta; e pur essendo la cronaca di un percorso di crescita precario e senza stelle, onesto e umile, risulta un vero romanzo di formazione dissacrante e tenace, ironico e prepotente.
Lucarelli racconta in modo diretto le numerose esperienze di lavoro sue e altrui, a volte scorrette, scorrettissime, e faticose, incasinate, fallimentari, frustranti, soprattutto sempre pagate in nero. Come quelle degli sguatteri, i lavapiatti rigorosamente stranieri che ha incontrato nelle più sgarrupate cucine e con cui spesso ha legato; dei colleghi più o meno convinti, più o meno sinceri, più o meno amici; dei proprietari e direttori e superiori con cui ha dovuto fare i conti, una varia umanità di presuntuosi, di quasi falliti, incapaci o semplicemente fuori posto, con qualche eccezione.
Ma il ragazzo che si allaccia un grembiule per passione, e anche per guadagnare e mantenersi agli studi, sa valutare le persone e soprattutto se stesso. Riconosce gli errori commessi, sa incassare e migliorare il proprio carattere come i piatti che prepara.
Con lui si entra nella cruda verità del lavoro notturno dietro le porte dei locali più ovattati, che si conclude con una bevuta, una ragazza, uno spinello, o altro, dopo aver rassettato il caos di una serata gestita da personale a volte improvvisato, a volte instabile, con dipendenze e problemi di vario tipo.
Tra licenziamenti, dimissioni spontanee, fughe repentine, l’irrequietezza giovanile diventa maturità. Lievita così una storia personale originalissima e piena di sapore, solida e autentica. Ne esce un libro da applauso, a ribaltare tanti luoghi comuni sul business del cibo. E per il quale anche andare al ristorante non sarà più come prima.

Genere: autobiografia
Trama: **** Stile: ***
Refusi trovati: uno

 

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Harper Lee, VA’ METTI UNA SENTINELLA, Feltrinelli, 270 pagine

Come Salinger, e il suo celebre Giovane Holden, anche Harper Lee va considerata autrice “da un solo romanzo”, quel Buio oltre la siepe che nel 1960 le valse il premio Pulitzer dopo l’immediato, clamoroso successo e, nel 2007, la Medaglia presidenziale della libertà, per un libro che “verrà letto e studiato per sempre”, come conclude la motivazione.
L’uscita recente, a ben 60 anni circa dalla stesura, di questo sequel, è stata accompagnata da discussioni sull’opportunità (e l’opportunismo?) di una simile scelta.
HarperLeeCoverQui la scapestrata bambina Scout, ormai giovane donna, torna a casa – nella contea di Maycombe, in Alabama – da New York, dove lavora, per una vacanza accanto all’adorato padre, l’avvocato Atticus Finch, ormai anziano e sofferente. Ritrova Henry Hank, il suo pretendente storico, la zia Alexandra e lo zio Jack, oltre alla fedele Calpurnia. Invece l’adorato fratello, il compagno di giochi, è morto da tempo.
Il racconto trascorre dai ricordi del passato – e sono per me le pagine più felici – a un presente che chiede alla protagonista di compiere scelte mature. Sposarsi? Lavorare? Allontanarsi per sempre dall’arretrato sud razzista? Restare?
La decisione diventa ardua se, mitizzata da sempre la figura del padre come paladino dei diritti dei neri, Scout/Jean Louise scopre che, in piena rivendicazione civile da parte della gente di colore, Atticus e anche Henry dialogano con personaggi reazionari e frequentano addirittura membri del Ku Klux Klan.
Per la protagonista è un mondo che crolla e porta a uno scontro verbale assai acceso con il padre prima e poi con lo zio. Quest’ultimo le spiega, tra l’altro, che serve una sentinella a sorvegliare le scelte di ognuno, e questa sentinella può essere solo la propria coscienza.
Non si svela la conclusione e la scelta della ribelle Scout, ma bisogna dire che le pagine finali, in cui si alternano le ragioni della figlia, ancora un’idealista, e del padre, realista e concreto, non sono le più riuscite del romanzo.
Lo sforzo dialettico dell’autrice affinchè siano chiare le motivazioni di un giovane cuore generoso e quelle, opposte, degli uomini adulti che lei ama, è encomiabile ma rivela un po’ di affanno. Ben più fluide, nostalgiche, ironiche, brillanti sono le pagine dei ricordi, dove la Lee è sempre sicura, come nel suo capolavoro.
Non va dimenticato il momento in cui il libro è stato scritto: gli anni Cinquanta, quando certo non si poteva immaginare – esempio ovvio – un nero alla Casa Bianca. Proprio questo però rende il libro imperfetto: perché a giustificare un’analisi (sociale, interrazziale, di costume) un po’ datata non c’è neppure una cifra stilistica alta.
Tuttavia, prima di incagliarsi nello scontro verbale delle ultime pagine, vero punto dolente del testo, la facilità della prosa per quasi tutto il libro è ancora ammirevole. Incantevoli le prime pagine, in cui ci si rituffa, via treno, nel profondo Sud d’America, e quelle in cui i ricordi riaffiorano con grazia e sbiadiscono con malinconia.

Genere: romanzo
Trama: ** Stile: ***
Refusi trovati: nessuno

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Aldous Huxley, IL MONDO NUOVO, Mondadori, 282 pagine.

Unknown-1Brave New World (titolo originale), uscito nel 1932, è un fondamentale romanzo di fantascienza di genere cosiddetto distopico: un’utopia di segno negativo, di quelle che si spera non si avverino mai.
Un’infinità di titoli analoghi hanno fatto seguito a questo aspro racconto, scritto con stile volutamente arido: il capostipite del genere e un libro importante, per le intuizioni relative a un mondo autoritario dominato dalle manipolazioni genetiche e dalle droghe; un libro che resta impresso, che ha fatto strada a trame successive sempre più fantasiose riguardo a situazioni alienanti (ho trovato veramente agghiacciante – e bellissimo – Never let me go, Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro, 2005, da cui è stato tratto un film), e ad altri capolavori come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
UnknownNel Mondo Nuovo si descrive una società futura (anno 2540 circa) i cui punti fermi e i valori sono la procreazione in provetta, la promiscuità sessuale spogliata di ogni sentimento, la condanna dell’individualismo e della solitudine, ma anche la negazione della famiglia.
E si tratta ovviamente di una società rigidamente gerarchica e totalitaria, con controllori che appartengono alla privilegiata razza alfa, e una scala sociale suddivisa in individui beta, gamma, etc. Inoltre si adora il Fordismo, culto imposto che deifica le macchine, ma senza dimenticare reminiscenze comuniste, che traspaiono nei nomi dei protagonisti: Lenina Crowe e Bernardo Marx.
Indubbiamente la trama del libro è un po’ faticosa, per la necessità di far agire i personaggi, al tempo stesso inventando e descrivendo la realtà spaesata in cui si muovono. Un mondo spettrale e rigidamente sorvegliato, dove però una lontana area è destinata a riserva, visitabile per scopi turistici, in cui una parte di popolazione non manipolata (a sufficienza) viene esposta come una razza imperfetta, superata e in estinzione.
Aldous Huxley smoking, circa 1946Huxley tuttavia non nega qualche genere di conforto spirituale al lettore, e crea un Selvaggio che legge Shakespeare (autore dalla cui Tempesta – la nota esclamazione di Miranda – è tratto il titolo del libro). John, un maschio beta, si immerge nei versi di Romeo e Giulietta, Troilo e Cressida, Otello, Re Lear, Macbeth, e  Amleto naturalmente. E quest’ultimo personaggio, vero mito da cui discende tutta la cultura occidentale moderna (Harold Bloom, Shakespeare, Rizzoli), rende davvero straziante la lettura della grottesca prigione mentale in cui ai personaggi di Huxley è concesso muoversi.
Più grottesco che mai è il finale, al punto da togliere pathos alla scelta estrema compiuta da John. Ma c’è da apprezzare la coerenza dell’autore, pioniere di un genere letterario fortunato, che – con l’eccezione già sottolineata di Shakespeare – non addolcisce mai contenuto e stile nel descrivere questa terra desolata.

Genere: romanzo/fantascienza
Trama: *** Stile: ***

Refusi trovati: nessuno

 

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Israel J. Singer, LA FUGA DI BENJAMIN LERNER, Bollati Boringhieri, 246 pagine.

UnknownIndubbiamente non è possibile dare un giudizio equilibrato su questo autore finché non si legge quello che viene considerato il suo libro migliore, I fratelli Ashkenazi (io non l’ho ancora letto). Ma in questo blog di letture ho già parlato di altri lavori dei due fratelli Singer, Israel J., il maggiore, e Isaac B. il minore e vincitore del Nobel per la letteratura.
La storia di Benjamin Lerner – ebreo polacco di Varsavia, travolto dai venti della Storia negli anni della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’ottobre – purtroppo è, secondo me, una vera occasione persa.
Il protagonista di questa tragicomica vicenda è un giovanotto tenace quanto impulsivo, irascibile. Disertore dell’esercito imperiale russo, accolto in un primo tempo da uno zio, la cui figlia, Gitta, si innamora di lui, Benjamin ricambia questi sentimenti, ma il padre di lei è contrario al matrimonio della giovane con un simile spiantato. Benjamin se ne va, incontra un amico scultore che lo ospita per un po’; poi finisce in un campo di lavoro, dove tenta, con altri diseredati, una rivolta. Questa fallisce, e Benjamin, in fuga, conosce un ricco ebreo visionario che vuole fondare una comune in Russia, dove ha delle proprietà. Qui per il giovane, riunitosi a Gitta, inizialmente le cose sembrano funzionare, poi un’altra capriola del destino lo conduce in prigione, da cui evade con un compagno. In balia degli eventi che lo sovrastano, si ritrova a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno (San Pietroburgo, 1917), del tutto inconsapevole di quel che gli accade.
Pur con questo materiale, straordinario e tragico, su un ebreo errante a simbolo di un popolo perseguitato e sconvolto, Singer secondo me non riesce a dare intensità e slancio alle sue pagine. Per cercare un’efficacia che colpisca il lettore, deve addentrarsi in descrizioni minuziose riguardo alle condizioni di vita di uomini, donne e bambini, colpiti da fame, miseria, malattie, e persecuzioni. Le piaghe infette da vermi che brulicano, i pagliericci attraversati da parassiti e topi, le immangiabili razioni di cibo nel campo di lavoro, gli stracci luridi che a stento ricoprono le nudità, fino alla descrizione della donna priva di gambe che si muove ondeggiando sui glutei, fino alle fasciature che ricoprono i suoi moncherini, ai moncherini stessi, alle piaghe e la cancrena che li mangiano. Fino al fatto che questa donna rimane incinta …
Non è che si resti increduli davanti a questi episodi. Non si dirà mai abbastanza degli orrori nella mitteleuropa antisemita della prima metà del Novecento dominata da un genocidio in fondo inenarrabile.
Ma la letteratura non è storia e tantomeno cronaca. Chiede altro, una forma di trasfigurazione dei personaggi, delle emozioni, degli avvenimenti che – questa la sua massima difficoltà – deriva, paradossalmente, da un estremo pudore. Questo è proprio il punto di partenza e di arrivo. Non si può “esibire” tutto in questo modo. Bisogna sapere che l’intimità di ogni essere umano è sacra, e ogni legittima descrizione di tale intimità è un tradimento. A volte giustificato, a volte necessario, ma un tradimento. Ecco, qui, per mancanza di perizia stilistica e capacità letteraria manca – a monte – il senso del tradimento dell’intimità, della dimensione privata.
Per cui questo libro appare alla mia sensibilità come una cronistoria (per carità, interessante), non letteratura.

Genere: romanzo (più o meno)
Trama: *** Stile: **
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Petros Markaris, TITOLI DI CODA, Bompiani, 310 pagine

3254011-9788845276439-235x336Nonostante la crisi, la Merkel, la Troika, e soprattutto il fatto che sua figlia Caterina, avvocato che difende gli immigrati, sia stata picchiata da quelli di Alba dorata, il commissario Kostas Charitos – il Montalbano di Atene – non perde grinta, ironia e lucidità professionale. E anche in questo titolo c’è da apprezzare – come nel caso del Montalbano di Camilleri – che i misteri da risolvere, i colpevoli da scoprire, danno sostanza a più di un filone di indagini, non collegate fra loro, ma che arricchiscono la trama.
Qui, oltre ai picchiatori e ai loro complici, bisogna scoprire gli autori di alcuni omicidi e di un suicidio, che conducono a un gruppo di sedicenti “Greci degli anni ’50”, sorta di giustizieri moralizzatori che inviano tramite Internet le loro rivendicazioni.
Con un finale alla Agatha Christie (penso sarà facile capire perché), questo episodio della carriera del commissario è implicitamente un grido di dolore per la corruzione, le complicità, i lacci e lacciuoli burocratici che fanno lievitare il malaffare in cui sprofonda la Grecia.
La penna di Markaris è lieve nell’accennare, fra le righe, anche a un confronto con il paese-modello che da Berlino impone i sacrifici sulle sponde dell’Egeo: “Il problema con i tedeschi è che non si limitano a credere di avere un’economia più sana – cosa che hanno -, ma pensano di avere anche una testa più sana degli altri – cosa che è più dubbia”.
In questo episodio, Charitos ha a che fare con l’ambasciata tedesca, personaggi (vittime) tedeschi, e una serie di lettere in tedesco che, tradotte, spiegheranno molte cose dei misteri che ha di fronte.
Ma la freschezza di questo poliziesco sta anche nelle scene di vita familiare del commissario, dove ci si arrabatta per arrivare alla fine del mese, il tutore dell’ordine deve usare i mezzi pubblici per risparmiare sulla benzina, e la moglie Adriana fa miracoli ai fornelli, cucinando in modo delizioso, anche se con cibi poco costosi e limitate quantità. Le conversazioni intorno al desco, dove si festeggia, si discute o ci si sostiene reciprocamente, sembra che vogliano riaffermare un modo di vivere tutto mediterraneo, per rilassatezza e centralità degli affetti, che autorizzano – mi sembra – un doppio registro e una doppia lettura di questo bel libro. Come se, parlando di fidanzati, matrimoni, progetti e fiducia nel futuro, e anche delle indagini del capofamiglia, pur fra le mille difficoltà della crisi, assaporando i piatti della padrona di casa o di qualche ospite (cernia alla spetziota con verdure di montagna, hortòpita, torta di verdure con la feta, briam, una sorta di ratatouille, melanzane imam e cicorie lesse) si facesse una scelta di campo fra nord e sud d’Europa. Così l’attualità più scottante entra, decantata, in un genere letterario cosiddetto d’evasione, e lo completa; da quel che leggo sfogliando la critica, meglio, forse, dello scenario fantapolitico nel precedente romanzo Resa dei conti.

Genere: romanzo poliziesco
Trama: *** Stile: ***
Refusi trovati: tre

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